un re allo sbando 2

Un Re allo sbando – Jessica Woodworth, Peter Brosens

«La situazione è tragica ma non è seria». La battuta di Ennio Flaiano, puntuale descrizione buona per tutte le stagioni italiche piacerebbe probabilmente alla coppia di registi Jessica Woodworth e Peter Brosens, che tornano al Lido quattro anni dopo lo splendido La quinta stagione con Un Re allo sbando (King of the Belgians). Il Belgio è il cuore dell’’Europa, un piccolo paese che associamo alla burocrazia dell’’eurozona e, negli ultimi tragici tempi, alla minaccia del terrorismo internazionale. Un paese lacerato da una frattura più profonda però, quella tra la comunità vallone e quella fiamminga, una francofona l’altra di ceppo germanico, una frattura composta all’’interno di una sovranità nazionale più precaria di quella che possiamo immaginare.

Un Re allo sbando muove da un paradosso: e se una delle due parti dichiarasse l’’indipendenza? Sarebbe una catastrofe in grado di destabilizzare tutta l’’Europa. Nicholas III (Peter Van den Begin), Re del Belgio, viene sorpreso dalla notizia durante una visita diplomatica a Istanbul. Deve rientrare, assumersi la responsabilità di tenere insieme il suo Paese, un Paese che lo sente così lontano da costringerlo a ingaggiare mister Lloyd (Pieter van der Houwen), stropicciato documentarista inglese, impegnato nelle riprese di Il nostro Re, raffazzonata operazione simpatia per avvicinare il monarca ai suoi sudditi. Nel mezzo della crisi il regista si dà da fare, perché la delegazione è bloccata, tagliata fuori dall’’Europa da una misteriosa tempesta solare che manda fuori uso le telecomunicazioni. Il Re, il capo di gabinetto, il valletto e l’’addetta stampa devono trovare il modo di tornare in patria, il regista arrangia un passaggio in autobus, in cambio vuole solo lasciare la telecamera accesa. Filmare tutto. Cogliere la realtà che irrompe nell’’artificiosa freddezza dell’’etichetta di corte.

La coppia di registi ama lavorare con il paradosso e dopo La quinta stagione congegna un altro esperimento mentale, una farsa verosimile che spinge l’’acceleratore di scassati pulmini lungo strade polverose, in un’’esilarante Odissea attraverso i Balcani e l’’Adriatico. Tra cecchini serbi e gruppi folk bulgari, esperti di yogurt e guardie di frontiera, grappe e angurie, il viaggio diventa la scoperta di un’umanità periferica e vivissima, alzando il velo sull’’asimmetrica autenticità dei confini dell’Impero attraverso gli occhi stralunati di un Re che assapora finalmente il gusto della vita nel disordine.

La messa in scena di Woodworth e Brosens si conferma raffinatissima pur abbracciando stilemi assenti nella loro opera precedente. La ieratica staticità delle loro inquadrature si frantuma in piani sequenza sbilenchi, corpi tagliati, invasioni del fuori campo ma senza pregiudicarne l’eleganza pittorica. Dimenticandosi la telecamera accesa, osservando il progressivo sfilacciarsi del giudizio su ciò che si può o non si può (far) vedere personaggi che dell’’autocontrollo e della bidimensionalità vivono assumono contorni frastagliati e diseguali, spigolosità e tenerezze sopite, imperfezioni sempre più incontrollabili.

È un cinema di quiete quanto inesorabili addizioni quello di Woodworth e Brosens, capaci di firmare un altro film – apparentemente lontanissimo dall’’apocalittico fallimento dell’umanità nell’’inverno infinito di La quinta stagione – le cui risonanze si amplificano esponenzialmente man mano che la storia prende forma. In questo mockumentary eccessivo e grottesco emergono infatti riflessioni tutt’’altro che banali sul significato del potere, sull’’etica della rappresentazione, sul senso dell’’identità europea. Un Re allo sbando è una barzelletta, ma serve un motto di spirito per metterci di fronte al ridicolo di questi tempi di zone grigie tra pubblico e privato, in cui tutti sono intimi e non si è mai stati così soli.