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Niente e così sia – Oriana Fallaci

Quando si decide di parlare di un personaggio come Oriana Fallaci oggi si mette in conto di provocare perlopiù reazioni di sconcerto, molti prenderanno le distanze prima ancora di leggere, si potrà provare addirittura l’ebbrezza di essere definiti dei terroristi della moralità. Tuttavia, ritengo che la tanto sbandierata onestà intellettuale imponga di interrogarsi personalmente sulle questioni che alimentano dibattiti sempreverdi, ed è una necessità stringente per un cervello che abbia ancora senso d’esistere documentarsi in autonomia, non farsi imboccare da sostenitori od oppositori vari. “Me ne frego dei guelfi, vaffanculo ai Ghibellini!”, diceva la stessa Fallaci.

Mi piacerebbe provare a mettere da parte, per un attimo, lo sdegno per l’involuzione di una donna che ha combattuto per la libertà fin da bambina, facendo la staffetta per i partigiani, che ha iniziato a vagare per il mondo con carta e penna spinta da una specie di urgenza di conoscere tutto ciò che vi era di diverso e nuovo, per poi ritrovarsi a vestire, dagli anni ’90 in poi, i panni della più banale delle occidentali, xenofoba, omofoba, portavoce insomma di tutte quelle fobie che solitamente trovano in menti incolte la propria culla. Tutte quelle che potevano essere doti professionali distintive per una giornalista, soprattutto quel suo essere così fieramente politically incorrect, sono diventate, negli anni, armi d’inchiostro che non potevano che suscitare ribrezzo, anche solo fermandosi, prima di entrare nel merito, a quel linguaggio così cruento, quasi quanto le guerre da lei stessa documentate. Sappiamo bene quanto una penna possa lasciare il segno, lo diceva bene Guccini: “infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio”. E la donna in questione aveva una spada scintillante, e ben affilata.

Bisogna ammettere che noi “nuove generazioni” abbiamo conosciuto direttamente solo la Fallaci già abbrutita, che manifestava un odio sconcertante verso qualsiasi cosa minacciasse di far saltare i rassicuranti schemi occidentali. Scevra da pregiudizi, quasi come un investigatore, anche la persona più scettica e colma di rancore dovrebbe aprire un libro come Niente e così sia, un piccolo sforzo iniziale che potrebbe ripagare con un bel risultato, ovvero, riconoscere che questa Fallaci per gran parte della sua vita è stata ben lontana dall’essere la donna di cui indossava (o le facevano indossare) le vesti negli ultimi anni.

Niente e così sia è il diario del suo primo anno in Vietnam da inviata de “L’Europeo”. La premessa, che di solito fa accomodare il lettore, in questo caso è già di per sé un concentrato dell’irruenza che dominerà tutto il racconto. Appena aperto il libro ci si trova infatti catapultati in guerra, attraverso una serie di testimonianze di uno degli eventi più tragici, ripugnanti e noti di quel martirio durato 15 anni: il massacro di My Lai. Le testimonianze raccolte provengono sia da soldati americani, che da contadini sopravvissuti alle armi, agli stupri ed alle torture dei soldati americani; sarà sempre questo il punto di vista da cui la Fallaci interpreterà giorno per giorno tutto quello che vedrà, ricordandoci che la paura e la morte non hanno bandiera.

Il racconto si apre con una di quelle tipiche domande da bambini, semplici e spontanee quanto basta per non lasciare via di fuga. La piccola Elisabetta, sorella minore della Fallaci, alla vigilia della partenza per il Vietnam, le domanda: “La vita, cos’è?”. Il racconto si muove alla ricerca di una risposta, ma la risposta cambia veste di bomba in bomba. Si susseguono dialoghi con i soldati americani (che la Fallaci seguiva nelle loro missioni via terra ed aeree), perlopiù ragazzi ingenui messi faccia a faccia con la morte, affiancati alla fedelissima citazione dei diari ritrovati accanto ai corpi dei vietcong, le cui pagine ci rendono l’immagine di uomini, talvolta ragazzini, armati di orgoglio prima che di armi, perché se c’è una cosa che tutti ricordiamo della guerra del Vietnam, è il Napalm; contro quello nessun’arma ha potuto nulla.

Figura centrale di tutto il racconto è quella del generale dell’esercito della repubblica del Vietnam, Loan. Per intenderci, si tratta dell’uomo apparso su tutte le prime pagine del mondo nell’atto di giustiziare un giovane vietcong con le mani legate dietro la schiena, davanti agli occhi assetati di esclusiva di un fotografo, e di un cameraman dell’NBC. Attraverso Loan si svolgeranno le riflessioni della giornalista. La freddezza e la ferocia di quest’uomo provocheranno in lei inizialmente incredulità ed odio, interrogativi incessanti su come un uomo possa essere così bruto da sparare dritto alla tempia di un suo simile con le mani legate, inerme. Successivamente l’incredulità sarà rivolta a se stessa, nel momento in cui si renderà conto di provare pena per lo stesso uomo, trovandoselo davanti in lacrime, ormai reso fragile dalla malattia.

Non si può certo pensare che sia stato per spirito di gloria che la Fallaci abbia deciso di andare “alla guerra” (come lei dice), di rischiare ben oltre ciò che le veniva raccomandato dagli ufficiali americani, di provare più volte la paralisi data dalle bombe che cadevano a pochi metri da lei, di ignorare il coprifuoco pur di raggiungere la sede della redazione, per studiare documenti, diari, e ricostruire la storia dei combattenti morti. Era sete di verità, in quegli anni nascosta dagli altri giornalisti, che lei stessa criticava, domandandosi come facessero, seduti comodamente sulla terrazza dell’Hotel Continental a Saigon, a tenere celate le crudeltà che venivano inferte dagli americani ad un popolo che non aveva mai chiesto il loro “aiuto”, che il comunismo non sapeva nemmeno di che colore fosse.

Niente e così sia è un diario aggiornato di continuo, non uno sterile reportage di guerra, non contiene infatti una semplice documentazione degli avanzamenti delle truppe e dei numeri dei caduti, ma sviscera tutte le sensazioni della giornalista, sensazioni terrificanti, che non possono che colpire dritto allo stomaco chi legge. La Fallaci è sempre stata tacciata di essere stata dalla parte dei guerrafondai americani, ma questa è una delle tante considerazioni, mi permetto di contestare, frutto di scarsa informazione; in pochi ci hanno parlato di quanto la Fallaci sia stata criticata dal governo americano proprio per il contenuto di questo libro, ed in pochi si sono informati personalmente sulla questione:

“Sono qui per affermare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandati a morire, come vacche al macello, per la bandiera”.

In quegli anni con la sua fama internazionale si era già guadagnata uno spazio non indifferente nell’olimpo del giornalismo, avrebbe potuto godere di tutte le comodità e di tutta la mondanità che ne derivavano, eppure tornò in Vietnam una dozzina di volte in sette anni.

“Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre”.

Talvolta, leggendo, viene quasi il dubbio che la nota di copertina che lo descrive come un diario di guerra, sia un errore dell’editore, il racconto di ogni singola giornata è così pieno di passione, di introspezione e paura, che sembra di leggere un romanzo, forse soprattutto perché, a chi la guerra non l’ha vissuta sulla propria pelle, sembra impossibile che l’uomo sia capace di tali atrocità. Alla fine del suo primo anno in Vietnam, la Fallaci dà alla sua sorellina la tanto attesa risposta: “La vita è una cosa da riempire bene, senza perdere tempo, anche se a volte a riempirla bene, si rompe” e quando si è rotta “non serve a niente. Niente e così sia”.

A confermare l’idiozia dell’essere umano, capace di infierire sui propri simili con una freddezza pari solo a quella di bestie in lotta per il territorio, il libro si chiude con il breve racconto di un altro massacro, noto come il “massacro di Tlatelolco”: Città del Messico, 2 ottobre 1968, vigilia dei Giochi Olimpici. La protesta degli studenti universitari che si univa a gran voce alle proteste dei giovani di tutto il mondo, venne soffocata con le armi dall’esercito messicano, e la Fallaci era lì, non tra i giornalisti pronti a scappare in caso di scontri, ma sul balcone da cui gli studenti agitavano le masse, presi di mira dai cecchini. Anche di questo episodio ci sono state trasmesse varie distorsioni che raccontano che la Fallaci si fece scudo con i corpi di due studenti, in realtà, pur incitata a tal fine dai ragazzi che erano lì con lei quando la polizia fece irruzione, la Fallaci si rifiutò di salvarsi dichiarando di essere una giornalista; per lei cresciuta come un soldato, era impensabile lasciar morire quei giovani andandosene illesa, fu così colpita più volte ed addirittura portata in obitorio nella convinzione che fosse morta.

Tutto ciò è ben lontano dal voler essere un atto di adorazione incondizionata della Fallaci, è innegabile che da un certo punto in poi si sia resa partecipe di una serie di inconcepibili e deprecabili attacchi degni del peggior esponente delle frange destrorse che vedono nello straniero un nemico da scacciare e umiliare. Tuttavia, leggendo con i vostri occhi le sue emozioni, la sua paura, il suo sdegno, ne avrete un ritratto personale, e non quello imboccatoci per puro marketing politico, ma soprattutto editoriale. Magari inizierete anche voi a chiedervi cosa possa aver spinto una donna che ha sempre lottato per la libertà, che ha toccato la sofferenza umana nella sua forma più pura, la paura della morte, che ha condannato con tutta se stessa l’odio fomentatore di guerre, a sottolineare con il nero della crudeltà le proprie parole.

In molti hanno notato la presenza nella vita di Oriana Fallaci di un anno zero, il 1990, anno di pubblicazione di Insciallah, a cui seguirono le imperdonabili pagine straripanti di odio con cui la giornalista occupò il Corriere della Sera e alle quali seguì, a sua volta, la stesura de La Rabbia e l’Orgoglio. Viene quasi spontaneo parlare di Oriana, riferendosi alla giornalista che è stata fino al 1990, e de “la Fallaci” con riferimento a quello che è venuto dopo. Tra i tanti interessati a questo cambiamento, direi tragico, troviamo Monica Guerritore, la quale le dedicò nel 2011 uno spettacolo teatrale, soffermandosi soprattutto sugli aspetti della donna Oriana, della madre mancata che ha vissuto il dramma dell’aborto, e della donna che ha perduto il suo compagno di vita (Alexandros Panagulis) presumibilmente per motivi legati alle sue contestazioni al regime greco.

Se con la mente non si può che condannare, con un pizzico di umanità non si può che provare ad immaginare le cause di questo passaggio radicale, che ci impedisce in molte occasioni di poterci vantare con piena convinzione di una delle donne italiane più famose al mondo, una a cui il comandante dell’Apollo 12, Charles Conrad, chiese la frase da pronunciare davanti a tutto il pianeta una volta messo piede sulla luna, una che quando non era ancora di moda parlare della difficoltà d’esser donna, decise di girare il mondo per studiare le differenze, ma soprattutto le vicinanze, dell’essere donna a levante o a ponente.

Sarà stato tutto l’orrore che ha visto e dovuto imprimere nella memoria ad averla contaminata? L’avranno contaminata gli americani con le loro campagne politiche contro l’Islam? Non è un caso, a mio avviso, che proprio subito dopo la pubblicazione di Insciallah, la Fallaci andò ad isolarsi in una casa al 38esimo piano nell’Upper East Side, New York, e da lì continuò a seguire le vicende italiane, più degli italiani stessi probabilmente. Lucia Annunziata racconta che quando si recò nella casa di New York per intervistarla, si accorse che questa era rivestita da un tappeto di cicche di sigaretta. È una delle ultime immagini che si hanno di lei, sicuramente non un’immagine che si addice ad una donna lucida, bensì ad una donna “sola, inquieta”, come afferma la stessa Annunziata, ed anche in lotta con “l’alieno”, come lo chiamava lei, quel male oscuro che la portò via qualche anno dopo. Una spiegazione sottile a quella rabbia, ci sarà sicuramente. Ma d’altronde l’immagine di un cerbero scarica-coscienze dev’essere sempre a disposizione di chi vuole appiattirsi sulla facilità dello slogan, di qualunque colore esso sia.

Quello che rimane leggendo l’Oriana pre-Insciallah, è un fortissimo desiderio di poterne andare fieri a gran voce, invece di doversi limitare a qualche “anche se” quando si parla di lei. La Fallaci arrivata dopo ha fatto qualcosa di davvero imperdonabile, ci ha privati della gioia di portare alto il nome di una grande connazionale, senza timidezza. Andare fieri di una donna che ha dimostrato di poter intervistare con sguardo fiero personalità come Gheddafi, Kissinger, ed altri grandi “cattivi” della storia, facendoli tremare con la sua spada d’inchiostro. Ma soprattutto, che una donna può andare alla guerra. Con un elmetto, due trecce, una grande intelligenza ed una profonda compassione, e farsi portabandiera di una necessità, forse è un’utopia: convincere il mondo intero che “la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre”.

Tu quoque Oriana, figlia della guerra!