Vinicio-Capossela-Nel-Paese-dei-Coppoloni

Nel paese dei coppoloni -– Stefano Obino

Johann Gottfried Herder fu un pensatore tedesco del Settecento che scrisse, tra le altre opere, anche due volumi, Vom Geist der Ebräischen Poesie (Lo spirito della poesia ebraica) e Von deutscher Art und Kunst (Il genere e l’arte tedesca) nei quali si sostiene come la poesia, il canto e “il vivere insieme” sia il più immediato “moto di un popolo”.

Vinicio Capossela, il cantastorie che ci ha abituato a esplorare mondi sempre diversi nei suoi album, nel film prodotto da LaEffe, Nel paese dei coppoloni, tratto dal suo omonimo libro edito da Feltrinelli, questa volta fa il percorso inverso: ovvero posa i piedi in terra e comincia a seguire la strada verso casa. E la casa verso casa è “serpentiforme e decadente” come una vecchia ferrovia abbandonata, la stessa che prima collegava paesi e luoghi, valle e contadi, l’’Italia periferica all’’Italia che conta.

Nel paese dei coppoloni Vinicio Capossela

Sui binari della memoria si muove questo Il paese dei coppoloni dove Capossela viene seguito dall’’occhio del regista Stefano Obino mentre ri-scopre i volti, i suoni e le canzoni della propria, ancestrale, infanzia. Infatti una parola che spesso ritorna in questo docu-film sui generis è giust’appunto ancestrale ed in effetti spesso, come del resto nella musica dello stesso artista, si avverte un qualcosa di profondamente antico, di profondamente radicato, anzi abbarbicato sulle alture. Molto interessante, anche a livello antropologico se si vuole, sono alcune scene nelle quali Capossela, intento a conversare e ad ascoltare gli stornelli dei suoi compaesani, la cosiddetta “Banda della Posta”, le reinterpreta quasi nell’’immediato, le fagocita e viene a farle sue, ancora più sue rispetto a quelle “vergate dalla propria penna”.

Le canzoni del nuovo album, La cùpa, accompagnano i momenti filmici, ne divengono l’anima interna, la sorreggono e ne scandiscono i ritmi E allo stesso modo Vinicio Capossela racconta dei riti che scandiscono la vita e il tempo del paese (un tempo “naturale”, dove è giusto e doveroso anche perderlo, male impiegarlo e buttarlo, il tempo), come ad esempio quello dello sposalizio, che è rito, culto, reinterpretazione cristiana di riti pagani, molto diverso dal “moderno” matrimonio. Ed ecco che in questo mondo piccolo eppure universale tutto contiene tutto. Il tipo di società che “tutto avvince” bene può essere spiegata attraverso una particolare pietanza preparata durante gli sposalizi: un sugo che bolle per ore e ore al cui interno una salsiccia, avvolta dallo spago, si va quasi ad “annichilire”, a confondersi con il sugo e gli odori della casa. E quel “confondimento nel legamento” è simboleggiato anche da un rito dello sposalizio: ovvero il ballo dei due sposi i quali vengono avvinti dalle “spire” delle stelle filanti, sino a diventare un bozzolo unico, una commistione di corpi e anime difficilmente raggiungibile.

Nel paese dei coppoloni, forse perché stando in alto si è più vicini agli dei, non soltanto si devono calare in testa dei cappellacci perché, l’altitudine, porta sempre maltempo e vento forte: ma, toccando il cielo con un dito, l’’unità nella diversità è più facilmente perseguibile.