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My Ass – Stanley Brinks and The Wave Pictures

Nella maggior parte degli individui, la musica è sempre stata un'ottima compagna di vita, oltre che un insuperabile antidoto alla noia. Da sempre le note e i versi aiutano a scandire passaggi importanti di un'esistenza, a evocare un aneddoto, a superare un dispiacere o, più semplicemente, ad accompagnare un momento della giornata e uno stato d'animo a esso correlato. Bene, ascoltando questo My Ass, ultimo lavoro di André Herman Dune –– meglio noto negli ultimi anni con il nome di Stanley Brinks – nuovamente alle prese con la collaborazione della band inglese The Wave Pictures, la prima impressione è quella che questo disco sia perfetto da metter su per passare allegramente un dopo-sbornia. O magari anche il pre e il durante.

Il tono scanzonato, i testi sarcastici e la voce quasi svogliata di Brinks sono i tratti distintivi delle dodici tracce che compongono questa lunga jam session studiata a tavolino. L'amore per il folk-blues e soprattutto per il calypso emergono prepotentemente a galla nei vari brani in cui i suoni delle chitarre, apparentemente messi lì per caso, si incrociano all'immancabile tin whistle –– il tipico flauto irlandese a fischietto –– rendendo l'atmosfera indolente, splendidamente disarmonica e quindi, si torna al punto iniziale, perfetta per rallegrare il clima delle peggiori bettole di provincia, quelle in cui sgorgano fiumi di alcool per intenderci, o magari, per smaltire i postumi di tali serate.

Ballate alcooliche come Brighton, nella quale non si disdegnano puntatine rock'n'roll con chitarra e cori spassosamente apatici a riempire le geometrie sonore, si alternano ad atmosfere esotiche (Fire To My Mind, Berlin, Back To My Island In The Sun) che mettono in evidenza lo spirito nomade ma altresì nostalgico di Dune. Se ci aggiungiamo anche un brano avvolto dal mistero come My Camel e la briosa Wakefield capiamo ben presto che ci troviamo di fronte a un album dalle sfumature molto variegate, tutte di indubbia qualità.

Incontri, viaggi e tante bevute sono i cardini di un disco spassoso ma anche riflessivo. Registrato ancora una volta in presa diretta, questa quarta collaborazione tra l'artista francese e la band inglese mette in risalto una complicità e un affiatamento certamente fuori dal comune, e che ha trovato pieno compimento proprio in quest'ultimo lavoro, forse il più riuscito della loro discografia. Le due parti si completano a meraviglia e a noi non resta che sperare ancora in un lungo e produttivo sodalizio.