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Mika, fenomeno pop che cattura grandi e piccoli

Sempre che qualcuno non ti faccia sapere che vicino a casa tua c'è un concerto, il concerto di uno degli ultimi fenomeni pop in circolazione, quel Mika che iniziò la sua carriera con motivetti per le chewing-gum. Storci il naso, non hai più l'età e ti vendi agli altri come una persona intelligente e impegnata; fosse la gallinella di turno, almeno, potresti soddisfare il tuo represso voyeurismo. Poi ci vai, un po' per rompere la routine, un po' per la compagnia. E scopri che quella serata ti piacerà proprio tanto.

Sarà che c'è poca gente e puoi avvicinarti al palco quanto e come vuoi, sarà che i bambinetti ti contagiano e puoi scatenare il tuo peterpanesimo senza paura di essere giudicato, sarà per quel profluvio di colori vivaci e oggetti strani che spuntano sul palco (una scarpa gonfiabile gigantesca, maschere di gommapiuma che sembrano uscite da un film di Miyazaki), sarà per quella sorta di amichevole, rilassante, bonaria follia sprigionata dal Nostro e da tutta la sua band, sarà; ma un fatto è certo: non ti accorgi di eventuali stecche, non cerchi la sostanza dei/nei testi, ti lasci semplicemente contagiare dall'atmosfera nonsense e da quell'aria folle, frizzante, fresca, malgrado i trenta gradi.

Tra alcune parentesi intimiste, come la prima canzone composta a soli quindici anni, molto lenta e triste, Mika scatena per un'ora e mezza le sue doti vocali e d'intrattenitore sulle note dei suoi due album “Life in Cartoon Motion” e “The Boy Who Knew Too Much”; tra una “Grace Kelly” e una bellissima “Rain”, sei certo di aver goduto di un'ottima, inaspettata, festa di buona musica. Che “Happy ending”!