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Meglio bruciare in una fiammata che spegnersi lentamente

Amy Winehouse trovata morta nel suo appartamento londinese stroncata dal classico cocktail mortale formato da un mix di droghe e alcool. E’ la notizia che ha traumatizzato l'intero panorama musicale, attuale e non. Tutti se lo immaginavano; per capirlo bastava aver assistito al primo concerto del tour europeo a Belgrado, poi immediatamente annullato: neanche il tempo di salire sul palco e iniziare il primo pezzo che si era già fatta notare per il suo andamento barcollante e poco sobrio.

La fine era dietro l'angolo, l'ingresso nel famoso club dei 27 a un passo. La rockstar inglese si è così aggiunta ai celebri Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Kurt Cobain su tutti, oltre ai vari Brian Jones (ex chitarrista e fondatore dei Rolling Stones), Kristen Pfaff (bassista degli Hole), Gary Thain (bassista degli Uriah Heep), Peter Ham (cantante dei Badfinger). I tempi sono ovviamente diversi, ma come fare a non paragonare Amy a queste leggende del rock? Tutti erano delle rockstar. Tutti conducevano una vita da vere rockstar. Tutti forse diventati ancora più famosi grazie alla loro morte e alla vita da “mito” che hanno condotto.

Non per altro i vari pezzi della cantante inglese hanno avuto un incremento di ascolto maggiore rispetto a quando era ancora in vita. La vendita dei dischi è stata più che raddoppiata. Così come le canzoni riproposte per radio. Cosa che successe, non siamo presuntuosi a dirlo, anche a Kurt Cobain. Che fosse una mossa commerciale? Nessuno saprà mai dirlo, ma certo è che il Winehouse padre, menager della cantante, non ha fatto niente per tenerla a bada anche se, ma non giustificato, aveva a che fare con una personalità particolare. Testimoni hanno raccontato che nel camerino prima di salire sul palco le facevano trovare ogni tipo di alcolico. Un manager e soprattutto un padre dovrebbero porre un minimo di freno.

Al di là di tutto stiamo comunque parlando di una delle figure più importanti e amate della scena musicale mondiale. Una sua canzone, Love Is a Losing Game ha fatto parte di un esame universitario. Talento puro, apprezzato dagli intenditori, ovviamente vista male dai perbenisti e dalle loro banali frasi della serie “se l’è cercata, le sta bene”. Nessuno di questa categoria si è mai spinto al di là per cercare di comprendere, pur con coscienza di causa e spirito critico; ci si ferma sempre troppo all'apparenza. Poi per carità, si poteva avere un po’ più di attenzione e forse avere maggior consapevolezza nell'essere una delle cantanti con più successo al mondo e avere davanti a sé un futuro ricco e glorioso. Questo è un discorso che vale per tutti i musicisti sopra citati. Tuttavia, dicendo ciò, si cadrebbe nel banale.

Avere successo, soldi e fama non significa per forza vivere una vita tranquilla e spensierata. La legge del contrappasso non fa sconti e molte volte sono proprio le persone che teoricamente potrebbero avere il mondo in mano ad avere problemi e pensieri non indifferenti che li spingono a buttare via tutto quello che c'è di buono. È maledettamente sbagliato giudicare senza conoscere; è difficile, ma a volte si potrebbe fare lo sforzo di provare a capire e comprendere certe scelte di vita. Forse “è meglio bruciare in una fiammata, che spegnersi lentamente”. Quando Kurt Cobain si sparò, i giornali furono molto più clementi. Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, in tempi non sospetti disse: «“Questi giovani hanno talento, ma non si sanno drogare»”. Che non esistano più le rockstar di una volta?! Probabile, ma dietro potrebbe esserci molto altro. Traete voi, con riflessioni appropriate, le vostre conclusioni.