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Marvel’s Daredevil: realismo e superumanità

Questa serie, nata dalla collaborazione tra Marvel e Netflix si inscrive all’interno di quello che viene comunemente chiamato Marvel Cinematic Universe (MCU), progetto che intende portare sul grande e piccolo schermo il panorama supereroico della casa di produzione di proprietà Disney.

Come noto il protagonista delle vicende è Matthew Murdock, figlio di un pugile professionista, divenuto cieco in seguito a un incidente quando era bambino. Questo incidente gli tolse la vista, ma gli permise di sviluppare la capacità di percepire meglio di chiunque altro ciò che gli succede attorno, grazie all’enorme sviluppo dei sensi rimasti. In seguito alla morte del padre e dopo aver ricevuto un addestramento speciale dal burbero Stick, decise di rendere la sua città un posto migliore e nacque così il supereroe DareDevil.

Matt Murdock e il suo alter ego rappresentano il conflitto interno che caratterizza i personaggi principali della serie. Avvocato e cattolico praticante di giorno, la notte veste i panni di un vigilante, è convinto che la giustizia da sola non basti e si scontra con molti dei precetti che la cristianità impone. Charlie Cox (Boardwalk Empire) entra alla perfezione nel costume da “Diavolo Rosso”, dimostra di possedere la fisicità giusta e dona profondità psicologica a un personaggio enigmatico, ambivalente e di difficile caratterizzazione.

Altrettanto efficiente la sua nemesi, il cattivissimo Wilson Fisk (aka Kingpin), un personaggio storico dei fumetti Marvel (in principio fu nemico di Spiderman) presentato intelligentemente dagli autori che non dimostrano nessuna fretta e lo introducono con il contagocce durante i primi tre episodi, cercando di creare un alone di mistero e di potenza nello spettatore proprio come il super boss di Hell’s Kitchen fa con i suoi sottoposti e soci in affari, non permettendo a nessuno di incontrarlo né di pronunciare il suo nome. Impersonata da Vincent D’’Onofrio (Full Metal Jacket) la straripante fisicità di questo personaggio appare per la prima volta nel quarto episodio assumendo una dimensione più umana sia per gli altri personaggi che per lo spettatore.

Su queste due colonne portanti si fonda l’intera vicenda, costituita anche da personaggi secondari (sia nel bene che nel male) dotati di un notevole spessore che contribuiscono a formare e sostengono la forza dei due antagonisti principali. La scrittura è solida e rifiuta la manichea separazione tra buoni e cattivi che caratterizza generalmente le narrazioni tratte dal fumetto cercando di allargare i confini del bene e del male e di individuare eventuali contaminazioni maligne nell’eroe positivo e viceversa. In questo senso il supereroe si distanzia dal classico Marvel e ricorda una versione squattrinata del Cavaliere Oscuro della DC portato sul grande schermo da Nolan.

A differenza degli altri prodotti MCU questo intende rimanere molto più aderente alla realtà, trovando il suo scenario nel quartiere newyorkese di Hell’s Kitchen e limitando al minimo l’utilizzo del CGI. Matt Murdock combatte contro un’organizzazione criminale fatta di persone perfide e senza scrupoli, ma pur sempre umane, non ci sono alieni o superpoteri (ma supersensazioni), solo la volontà di rendere perfettamente credibile un supereroe cieco che riesce a sgominare un’intera rete criminale tanto stratificata senza commettere un omicidio. E ci si riesce. Volgendo al termine però si trova un riferimento alla battaglia aliena vinta dagli Avengers nel primo film della saga come a rivendicare la proprietà di tale prodotto e a sottolineare l’inscrizione in tale progetto.

Grazie a una cifra stilistica cupa che riflette alla perfezione le dinamiche criminali cittadine e una sapiente regia (notevole il piano sequenza finale del secondo episodio) la serie si dimostra matura e si pone sicuramente come uno dei prodotti Marvel più riusciti (perlomeno in televisione), ma anche come una delle più belle e ben fatte sorprese del panorama seriale del 2015. Fortunatamente è stata rinnovata e il 2016 partorirà una seconda stagione.