Macbeth Fassbender Cotillard

Macbeth – Justin Kurzel

“Si è spento il sole / e chi l'ha spento sei tu”, così cantava nel 1962 Adriano Celentano in una delle sue più belle e iconiche canzoni, tra l’altro splendidamente ripresa, anni dopo, da Vicinio Capossela. E di obnubilamento del sole e di colpe che debbono essere per forza assunte si parla nell'adattamento cinematografico, a firma Justin Kurzel (già sceneggiatore de Il Discorso del Re), di Macbeth. Una delle tragedie più conosciute e “famigerate” di Shakespeare (racconta infatti la vulgata che quest'opera sia una specie di iattura per gli attori che interpretano il ruolo del sanguinario re scozzese) non è affatto nuova a trasposizioni filmiche, come insegna il celeberrimo Trono di Sangue di Kurosawa.

Ma il film di Justin Kurzel non sembra dialogare in alcun modo con il capolavoro del cineasta giapponese. Questo film piuttosto tenta, in modo anche abbastanza spericolato, di coniugare l'aderenza al testo letterario con un’estetica dark e pulp, che potrebbe essere riassunta con la definizione “à la Game of Thrones”.

Michael Fassbender, magnetico e oscuro come non mai, interpreta in modo molto muscolare e fisico un personaggio umbratile, eternamente in bilico tra un'indole coraggiosa e nobile e un destino fatalmente ricolmo di sangue e delitti. Il condottiero scozzese che mira al trono del suo Paese deve, per compiere ciò, letteralmente camminare sugli scheletri dei suoi amici e sodali, a cominciare dal legittimo sovrano.

Ed ecco che nella tragedia di Shakespeare prima e nel film di Kurzel poi si assiste al tormento intimo di Macbeth, che non pare mai veramente decidersi tra le due nature che lo corrodono dal di dentro. Soprattutto nella prima parte, vero motore dell’azione è la “controparte” femminile, Lady Macbeth, il cui ruolo è stato affidato a Marion Cotillard: un personaggio stregonesco e in balia della più cupa ambizione riuscito splendidamente, grazie alle conosciute doti della Cotillard di passare dalla più estrema dolcezza e complicità alla più dura e sferzante decisione, quasi allucinata, dello sguardo.

Ed ecco che il rosso del sangue e il nero della vicenda, piano piano, “coadiuvati” anche dai messi degli inferi incarnati da un poker di streghe (nell'originale erano tre), vengono a diventare sempre più preponderanti, sino a contorcersi su se stessi. Macbeth/Fassbender non rinuncerà al suo animo coraggioso ma ormai, spintosi con gli inganni e gli intrighi troppo in avanti, dovrà accettare di malanimo la sua natura infera. Non c'è possibilità di scioglimento davanti a questo nodo gordiano dell'animo: solo un colpo di spada, letale e tagliente, può porre fine alla vicenda. Dal sangue, per il sangue e nel sangue, così era Macbeth e così concluderà i suoi giorni rossi nella nera terra di Scozia. Un film che non raggiunge la potenza espressiva di Kurosawa ma che permette allo spettatore di immergersi, da capo a piedi, in un'atmosfera così cupa e tenebrosa da domandarsi se, una volta uscito dal cinema, sarà ancora in grado di scorgere il sole tra le nebbie.