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Danzare all’origine dell’uomo

'Le Sacre' di Sieni e la necessità del sacrificio

Ci sono dei capolavori che scoppiano nella realtà come imprevedibili bombe a orologeria: allargano a forza l’orizzonte del possibile; si appropriano di spazi immaginari non ancora concepiti. Per questo i capolavori non possono essere compresi a fondo dai contemporanei, perché si inseriscono nella società come una lacerazione profonda, traumatica, a volte scandalosa, che necessita di un tempo di rimarginazione.

È quello che successe a Igor Stravinskij, che, con Le Sacre Du Printemps – rappresentato per la prima volta il 13 maggio del 1913 al Théâtre des Champs- Elysées con le coreografie di Nižinskij per i Ballets Russes — aveva introdotto qualcosa di inconcepibile per la musica classica: il concetto di anarchia. Così, il pubblico borghese bien rangé presente alla prima accolse fra le urla sdegnate quelle note barbariche, assordanti, dal carattere esoterico —  squarci paurosi sul mondo selvaggio di una Russia pagana e demoniaca che celebrava il sacrificio umano di un’adolescente per propiziarsi l’arrivo della primavera.

Dopo più di un secolo, quelle note tornano a calcare le assi del teatro Argentina nella nuova versione del coreografo e danzatore fiorentino Virgilio Sieni, fra i massimi protagonisti della danza d’autore contemporanea. “Tornare alle origini dell’uomo” per Sieni significa tornare all’origine del corpo, spogliarlo cioè di tutto ciò che non gli sia strettamente essenziale, liberandsolo da orpelli culturali e stratificazioni di senso. Prima di tornare alle origini, però, occorre un nuovo Big Bang in grado di far scaturire il tutto. Così, in una luce rarefatta e pulviscolare prende vita il Preludio al Sacre, ovvero il risveglio del corpo di un sestetto di donne – creature a metà strada fra il mitologico e l’etereo – che, come in stato di trance, danza l’attesa, accompagnato dalle note vigorose e vagamente sinistre del contrabbasso di Daniele Roccato, a preannunciare l’inizio del Sacre.

Fra la colata lavica di un tappeto rosso e un fondale nero risaltano i corpi pallidi di undici danzatori in calzamaglia color carne (tranne la prescelta al sacrificio): sui ritmi primitivi e complessi di Stravinskij, i loro movimenti risultano rapidi e insondabili, tanto che l’occhio riesce a malapena a captarli prima che si dissolvano. È uno sciame umano che si perde e si disperde ora in piccoli gruppi, ora in un cerchio, ora in plastici tableaux vivants, ma sempre cercandosi e riformando l’unità prima di scomporsi ancora una volta, segnando così l’andamento di una danza rituale dove il cerchio si stringe sempre di più intorno all’eletta per il suo sacrificio finale – impellente, necessario.

Foto di scena ©Rocco Casaluci

Anche se non conoscessimo nulla di Stravinskij o del Sacre, il linguaggio universale della danza ci porterebbe comunque a riconoscere un gruppo di uomini – allo stato di natura, non ancora pienamente consapevoli di sé – a contatto con la propria essenza più intima. Il corpo infatti appare spezzato, esposto: come un’irrisolvibile frammentazione di segni che non può raccontare una storia, perché la storia risiede nei rimandi stessi – giocosi – tra coreografia e musica, in quell’impulso primordiale che porta a bruciare in una danza convulsa. Qui, insomma, lo spirito dionisiaco è mitigato da un’eleganza del gesto apollinea impeccabile, come a ricordarci che rigore estremo e spontaneità, istinto e ragione, serietà e ironia sono parte di un connubio inestricabile dell’uomo.

Attraverso Le Sacre, dunque, Sieni riflette sul valore del sacrificio come condizione inalienabile dell’essere umano. In fondo, ogni scelta comporta un sacrificio: anche solo scegliere una strada significa già sacrificare tutte le altre, e affrontarne le conseguenze. Il sacrificio diventa così un atto di responsabilità e uno strumento di conoscenza: solo comprendendo ciò che siamo disposti a sacrificare, possiamo capire ciò che è davvero importante. Nella danza, come nella vita.

Letture consigliate:
• Le Sacre di Virgilio Sieni (NellePiegheDelCorpo)
• Archeologia di Virgilio Sieni, di Massimo Marino (Doppiozero)

Ascolto consigliato

Teatro Argentina, Roma – 9 gennaio 2016