Bowie_Blackstar

Blackstar – David Bowie

Il testamento di David Bowie: dire no ma intendere sì

Potremmo dire, probabilmente senza esagerare, che David Bowie sia stato per il Novecento un artista (l’unico?) in grado di giocare con molteplici forme di comunicazione ed espressione artistica essendo, in questo, sempre quei 10-15 anni avanti agli altri. Bowie semplicemente è, come da titolo della mostra bellissima di cui è stato protagonista nel 2013 al Victoria & Albert Museum di Londra, David Bowie Is, divenuta esibizione itinerante in giro per il mondo.

Ha influenzato la moda, la cultura popolare e la musica, simultaneamente, in modo indelebile, per tre decadi; ha anticipato e per certi versi guidato lo scardinamento delle barriere sociali attorno al genere e alla sessualità; ha messo al centro della sua espressione artistica l’idea centrale del Novecento culturale – l’identità – rivoltandola e reinterpretandola in modo originale attraverso il tempo, reincarnandosi varie volte in diversi alter ego, da Aladdin Sane a Ziggy Stardust, fino al Duca Bianco. Una serie di aneddoti talvolta anche misteriosi lo circonda di un’aura d’altri tempi, à la Benjamin, che pochi ormai possono legittimamente vantare (nessuno?). Si dice, nell’ordine, che abbia imparato a suonare il sassofono prima dell’adolescenza, che abbia suonato il violino di Paganini senza avere mai studiato violino, e addirittura che sia un vampiro – motivo per cui non sembra quasi invecchiare. I suoi cambiamenti, il suo percorso, le sue contraddizioni, tutto si giustifica con un semplice: è Bowie. Unico, e inimitabile.

Sembrava finita, però: almeno sino al 2013 quando, dopo quasi dieci anni di silenzio e la decisione (indotta anche da problemi cardiaci) di smettere di suonare dal vivo, accompagnata dalla fine delle uscite pubbliche e da uno stop alle interviste, eccolo tornare con The Next Day, un album in grado di riportare il Bowie pop al suo miglior pop, caratterizzato da quell’inconfondibile stile. Un esempio, il video di The Stars (Are Out Tonight), diretto dalla bravissima regista abruzzese Floria Sigismondi, che giocava nuovamente sull’identità e sui suoi alter ego, nel quale il Bowie giovane si fa rappresentare da giovane da una donna (Tilda Swinton). Interpretato come una celebrazione del suo passato, oggi però quell’album, e quel video, suonano più come il segnale incompreso di un nuovo imminente cambiamento.

Oggi infatti, anno 2016, allo scoccare del suo 69esimo compleanno, arriva ★ (pronuncia: Blackstar), uno spiazzante 25esimo album di studio nel quale Bowie trova una nuova versione di sé stesso: Lazarus. Quello di Bowie, manco a dirlo, è un Lazzaro particolare, che rimanda esplicitamente al significato biblico della resurrezione attraverso la ripresa di quel The Man Who Fell To Earth esplicitamente citato nel primo dei due video usciti, quello che prende il nome della title track.

Lazarus è, per inciso, anche il titolo di un musical sulla in scena in questi giorni al New York City Theatre, ispirato a The Man Who Fell To Earth e interpretato da Michael C. Hall. I video in questione sono entrambi diretti da Johan Renck, che oltre a lavorare con New Order, Madonna e altri, ha firmato due puntate di Breaking Bad e una di The Walking Dead. Così, per dire. Una coppia di videoclip pregni di simbologia oscura e di difficile interpretazione, dove Bowie è attore protagonista, bendato e cieco, messianico ed inquieto, cui s’accompagna una copertina criptica, che per alcuni richiama addirittura lo Stato Islamico. Il tutto è shakerato in un tentativo sonoro ardito: quello di portare il jazz nel rock, grazie all’apporto della band che l’accompagna, guidata dal sassofonista Donny McCaslin e reperita da Bowie in una serata nel West Village newyorkese. Provate a immedesimarvi in McCaslin, se ci riuscite.

Il risultato è spiazzante, coinvolgente, disturbante. La title track è fatta di dieci minuti sincopati e turbati, caratterizzati da un sample disturbato ossessivamente ripetuto (“I’m a blackstar”) e interrotti da una linea vocale pop degna del miglior Bowie dei Settanta. A questo segue la rivisitazione di due tracce che già conoscevamo: una è ‘Tis A Pity She Was a Whore, che riprende una tragedia del 1600 sul tema dell’incesto tra fratello e sorella, finito in fratricidio: “She punched me like a dude”; l’altra è Sue (Or In A Season Of Crime) – entrambe riproposte con la nuova band e tirate a lucido in punta di free jazz, in grado di restituire un’atmosfera estatica e oscura.

Queste sono inframmezzate dal secondo “singolo”, se così possiamo chiamarlo, Lazarus appunto, che celebra il nuovo Bowie reincarnatosi ancora in una forma nuova, a quasi settant’anni. Una celebrazione più della della reincarnazione stessa, e del suo processo di continua e infinita trasmutazione, del personaggio che traduce così l’essenza del Bowie che è: “This way or no way / You know I’ll be free / Just like that bluebird / Now, ain’t that just like me?”: o così o niente, l’unico modo per essere libero. Così canta Bowie riprendendo nei suoni e nelle atmosfere un po’ il se stesso di Low, in particolare la celestiale Subterraneans, un po’ i Cure, molto i Radiohead di Amnesiac (ricordate Life in A Glasshouse?) e un po’ i Boards of Canada, che da sempre dicono di essersi ispirati al Bowie di Low. Provate a immedesimarvi nei Boards of Canada, ora, se ci riuscite.

Il disco prosegue con Girl Loves Me che prelude a Dollar Days, ballata oscura ed angelica, forse la traccia più pop nel disco; una climax che introduce quello che sembra il vero statement del nuovo Bowie di questo lavoro, I Can’t Give Everything Away, nel quale un apologetico Bowie/Lazzaro spiega che “Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent”: dire no ma intendere sì, questo è il messaggio che ha sempre mandato.

Sono trent’anni che scrittori, musicologi e culturologi cercano di capirlo ed interpretarlo. Più che difficile, forse è inutile, come ha scritto qualcuno. Lasciamoci immergere nel suono e facciamoci giocare dalla simbologia. Bowie è, anche all’epoca dei social e della musica la cui significatività dura il tempo di un like: tanto basta. Al punto che anche The Next Day, riletto oggi, acquista maggiore senso: This way, or no way, canta il Bowie/Lazzaro nel suo ennesimo nuovo giorno.