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The Next Day – David Bowie

Vendi 96 milioni di dischi, ti permetti di sperimentare ogni genere senza catalogarti, reciti al cinema e in tv, ti travesti, rimani in un silenzio musicale lungo 10 anni in cui tra l’altro rischi di morire per problemi di cuore, e il giorno del tuo 66esimo compleanno esci con un singolo che anticipa un album pieno di energia e vita. Allora devi proprio essere David Bowie!

Il Duca Bianco torna con The Next Day, la cui copertina è già un manifesto. Bowie si riprende Bowie con coraggio, dando alle scene 14 inediti che toccano più momenti della sua carriera senza renderlo ridicolo o ripetitivo, ma sempre onesto e energico, come solo pochi grandi sanno essere.

“Here I am, not quite dying”: il Duca è vivo, eccome. Ritmiche berlinesi, chitarre frippiane, voce graffiante e il dado è tratto, il silenzio cancellato. A Dirty Boys, tra ritmi allucinanti e chitarre grezze, segue The Stars (Are Out Tonight), secondo singolo estratto, che brilla di luce propria: decadenza rock condita di glamour, movimenti acustici con incisi cattivi, lontananza dal cielo che osserva imperterrito un crollo descritto a immagini grigie.

Organo, distorsioni forti, un crescendo musicale e testuale: Love Is Lost colpisce come uno dei brani più riusciti insieme al successivo Where Are We Now? che ci fa passeggiare tra le vie di Berlino accompagnati da una ballad capolavoro che culla nel nulla, con la malinconia negli occhi d’altri anni e tempi passati.

Pop ritmato eighties, chitarre seventies e coretti sixties per Valentine’s Day che s’inserisce bene con la sua dolcezza quasi finta prima del delirio prog: If You Can See Me, con un Bowie eclettico al punto giusto con la marciante e psichedelica I’d Rather Be High che ci porta quasi volando alla black Boss Of Me con sax, bassi e cupi a far da padroni, mentre Dancing Out In Space è rimbalzante, rockeggiante, schizofrenica.
Gli ultimi brani sono un susseguirsi d’emozioni. How Does The Grass Grow? rinvigorisce gli animi con incipit deciso e muro di suono, prima del melodico bridge che stacca la spina per poi riprendere il tema iniziale ancora più allucinato. Un attacco grezzo e il ritornello che dopo poco è già impresso nelle meningi, You Will See The World On Fire è rock duro ed energico con distorsioni pesanti e grandi cori che trascinano verso il finale.

You Feel So Lonely You Could Die è la ballata che vale la fine: semplicità e profondità, una voce unica e il testo che rispecchia la condizione di un artista che ad una certa età sente la necessità di riflettere e riflettersi diversamente in ciò che lo circonda. Finezza è poi l’autocitazione finale di Five Years.
Epilogo dell’album è l’enigmatica Heat:“And I tell my self, I don’t know who I am”. Ritmi scostanti accompagnano il triste finale che lascia in una situazione di stasi e disorientamento.

Bowie riesce ancora una volta a stupire, esce da nulla e s’impone, con energia, passione e un pizzico di follia, muovendo panorami assurdi per regalarceli e farci vedere quanto siano reali e infinitamente nostri, così come ha sempre fatto e speriamo continui a fare.

Grazie


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