l'ultima ruota del carro

L’ultima ruota del carro – Giovanni Veronesi

“Carino”, purtroppo, non è un aggettivo sufficiente per un film che apre un festival internazionale, status che significa anche “presentarsi al resto del mondo” (a cui in fondo ancora una volta viene raccontata la storia di Silvio Berlusconi, per altro!).

L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi apre l’edizione numero otto del Festival del Film di Roma, che certo non va dimenticato avere l’anima della festa, lo spirito “popolare” nella sua accezione più nobile, che però non basta a motivare che una gentile, educata, forse troppo semplice storia italiana sia portatrice di un ruolo che, non nascondiamolo, ha una sua importanza, sia per l’evento cinematografico che agli occhi che osservano da oltre confine.

Veronesi racconta di Ernesto (Elio Germano), un “normale” italiano che dagli anni ’60 al 2013, nella ricorrenza di situazioni ritracciabili nelle vite più comuni, compie un suo arco di progresso socio-professionale: il tutto, in fondo, per dire che l’avvento politico di Silvio Berlusconi è stato il motore (de)generatore del tempo presente. Inutile disquisire sul credo politico, a ciascuno la propria visione, ma almeno un “basta!” a questa criti-cronaca rinnovata e ritrita, che non fa altro che continuare a non portare idee originali sullo schermo, ma solo versioni finzionali della quotidianità, uccidendo il sogno, prima anima del cinema.

Giovanni Veronesi propone una vicenda comune, in cui diversi si riconosceranno, tra commedia delicata, piccolo dramma, venature di lieve toscanità che non dà noia, ma nel cuore di un evento come un festival rischia di essere (anche eccessivamente, ma purtroppo quasi inevitabilmente) presa di mira e forse sminuita rispetto a quella che potrebbe essere (stata) una tradizionale ed esclusiva uscita in sala.

Il coraggio di un evento così starebbe nell’aprire con un Cinepanettone, se si volesse dissacrare, e perché no?, la ritualità dei festival, che spesso son tutto fuorché nuclei di cinema, ma la scelta di una piccola storia, troppo simile ad altre, che ha una sua dignità ma non eccelle per qualcosa in particolare, crea sordina, incrina predisposizioni e aspettative e vessa ancor di più, purtroppo, sullo stato di salute del cinema italiano.

Cinquant’anni di Storia sullo schermo, in cui bastava, come succede, che al piede dello schermo si disegnassero le date temporali, senza la necessità di “pillole” che contestualizzano eventi riconoscibili: l’assassinio di Aldo Moro, uno per tutti, non basta a voler dire che la storia di Ernesto è connessa alla storia del paese; così anche il servizio del TG2 dell’epoca che vede la famosa uscita di Craxi dal Raphael sotto una pioggia di monetine o ancora i primi manifesti della discesa in politica di Berlusconi. Solo cenni, che non aggiungono, anzi fanno registrare come questa storia non riesca ad approfondire la vicenda collettiva del paese. Sarebbe vissuta lo stesso, forse meglio, senza “l’archivio” accennato.

Un po’ faticoso anche credere ad un attore capace come Germano che dagli anni Settanta ad adesso cambia solo in un lieve imbiancamento di capelli, accanto alla moglie (Alessandra Mastronardi), distesa nel volto a 30 come a 60 anni, decenni dichiarati solo in qualche ruga, (troppo) evidentemente posticcia sul collo. Il trucco c’è e… si vede!

Scontato da dire ma temo che il titolo del film, L’ultima ruota del carro, presterà facilmente il fianco all’analisi dell’apertura di questo Festival del Film di Roma 2013.