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La morte felice – Albert Camus

Patrice Mersault è un giovane uomo. Possente, dalle ampie spalle, lo sguardo intenso, il passo regolare. Tutto qui. Mersault non indaga, non rivolge all’interno lo sguardo avido di sole, non si pone troppe domande. Mersault esiste, in una camera semibuia dagli arredi stantii – ancora impregnati dalla recente morte della madre. Esiste la mattina, appoggiato al davanzale della finestra, travolto dalla luce del giorno, un uovo e un tozzo di pane per colazione. Esiste nelle strade affollate del sabato pomeriggio, nei cinema odoranti di essenze femminili, nei viali costeggiati dagli oleandri. Mersault fuma, si fa un the. Ma per farlo, prende una pentola sporca, così che il the è unto fino alla nausea.

È con passo regolare che decide di avviarsi verso la felicità. La strada per raggiungerla è un viale in salita, profumato di resina, che giunge all’abitazione di Zagreus, un ricco uomo invalido costretto su una sedia a rotelle. Zagreus parla a Mersault, il quale ascolta. Ascolta Zagreus dirgli come la felicità sia l’unica cosa importante, e come per poter essere felici sia necessario avere del tempo, e come per poter avere del tempo ci sia bisogno di essere ricchi. Avere i soldi per liberarsi dai soldi. Una pistola e il tacito assenso della vittima permetteranno a Mersault di ottenere dal proprio mentore la ricchezza, requisito necessario per la sua felicità.

Distaccato, quasi incosciente, indugia a considerare la debolezza che lo coglie nel giorno del delitto come una punizione, sorta di contrappasso verso le proprie azioni, e, imperterrito, continua il proprio viaggio senza meta. “Non c’è tempo per essere noi stessi. Abbiamo appena il tempo di essere felici”. Così Mersault continua a esistere, abbandona l’amante Marthe, va a Praga, dove la malattia s’intensifica nelle trattorie buie, e infine torna in Algeria, nella Casa davanti al Mondo, dove vive con tre giovani e belle ragazze. Insieme, mangiano frutta matura sulla terrazza che sovrasta la collina, abbandonano i bianchi tendaggi per correre su un’altrettanto bianca sabbia e gettarsi nel mare, a cui tutto ritorna. Mersault sente che la morte è ormai prossima.

Tranquillo, “tranquillo come un uomo tranquillo nel cuore della notte”, progetta la morte felice. Si ritira in una casa non lontana dal mare, godendo di rare amicizie e della sporadica compagnia d’una donna. Quando finalmente sente sopraggiungere la febbre e con essa gli ultimi suoi momenti, folle si tuffa nel mare, “caldo come un corpo”, per un ultimo amplesso con l’esistenza, prima di tornare, “pietra tra le pietre, […] alla verità dei mondi immobili”.

Nella crisalide de La Morte Felice si formava la larva de Lo Straniero” si sente spesso ripetere dalla critica a proposito di questo romanzo. Certamente i temi e le idee che traspaiono, forse quasi involontari, dal primo tentativo letterario di Camus sono molto vicini a quelli che costituiscono lo scheletro narrativo de Lo Straniero. Ma mentre quest’ultimo è un romanzo maturo, premeditato, sintetico, esclusivamente mezzo per convogliare un messaggio, La Morte Felice è carico della forza e dell’intensità della gioventù che gli permettono di prender vita da sé, di avere un corpo e non una mente, di esistere a discapito dell’autore stesso che, sopraffatto, non può che rinunciare al tentativo di costringerne l’esistenza in uno schema, lasciandolo incompiuto.

La Morte Felice è un romanzo d’estate, possente, vero come un sasso immobile nel sole d’Agosto, benedetto da brezze salmastre che scuotono appena le esistenze leggere che vi prendono parte, racchiuse in eterne giornate afose, a loro volta imprigionate da pagine fresche e divine come vino ghiacciato nella calura. Assurdo, come il silenzio del mondo di fronte a un uomo che ha smesso di porgli domande.