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L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi Anni di Pellegrinaggio – Haruki Murakami

Ogni romanzo di Haruki Murakami è attraversato da una melodia distintiva, un mormorare di fondo che imprime atmosfere, voci e storie nella menti dei lettori. È forse anche questa essenza sinestetica ad aver reso lo scrittore giapponese uno degli autori più letti e apprezzati degli ultimi decenni e, sicuramente, la voce più significativa del suo paese fin dalla pubblicazione del fortunatissimo Norwegian Wood. Tokyo Blues.

A scandire L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (Einaudi, 2014), l’ultimo romanzo dello scrittore giapponese, è un brano per pianoforte citato più volte tra le sue pagine, Le mal du pays di Franz Liszt.

La placida calma e sottile bellezza del pezzo, che soltanto a tratti si increspa in vortici più audaci, rispecchia l’andamento del romanzo e della vita del suo abulico protagonista. Tazaki Tsukuru è un trentaseienne nativo di Nagoya, città che ha lasciato quando ha iniziato l’università di ingegneria a Tōkio, per coronare il suo sogno di costruire stazioni. Di questo scialbo personaggio, che pur progettando ferrovie non viaggia e preferisce osservare per ore i passeggeri salire e scendere dai convogli, altro non si può dire: leitmotiv del romanzo è infatti la cerea anonimia del protagonista, conseguenza della sua incapacità di conoscere se stesso.

Tuttavia, come le note incerte di Le mal du pays sembrano celare un’incomprensibile inquietudine, così la pacata situazione esistenziale di Tsukuru nasconde una causa lontana: un dolore mai superato risalente a sedici anni prima, quando i suoi quattro migliori amici lo allontanarono senza alcuna spiegazione. Spinto da Sara, donna con cui per la prima volta intreccia un legame sentimentale, Tsukuru cercherà la risposta a questo mistero che ha per sempre formato il suo carattere, attraverso un pellegrinaggio, fisico ed esistenziale, di cui i suoi amici di un tempo saranno le tappe principali.

L’intero romanzo è costruito quindi su storie di voci diverse, sprazzi di vite in chiaroscuro la cui composizione non viene mai conclusa, così come la sovrapposizione di tempi, dimensioni e generazioni tipica delle opere di Murakami è sempre soltanto prospettata ma mai completamente vissuta, tanto che lo scrittore dirà del suo personaggio “più rifletteva sul confine tra inconscio e conscio meno capiva se stesso”. Nel pellegrinaggio di Tsukuru, dunque, Murakami ripropone il tema della quest esistenziale, problematizzandolo e criticandolo nelle sue premesse, seppur il risultato non appaia all’altezza delle opere precedenti.

A ogni modo, con gli altri figli dello scrittore giapponese, come Watanabe Tōru (Norwegian Wood – 1987) o Kafka (Kafka sulla spiaggia – 2002), il ben più scialbo e tenue Tsukuru condivide una determinazione essenziale, grande tema attorno al quale Murakami costruisce i suoi romanzi: di fronte a quell’unica incomprensibile varietà di possibilità, mondi, desideri e paure che è l’individuo, ognuno di noi è completamente solo.