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Dance Dance Dance – Haruki Murakami

Nonostante un primo, magari diffidente, approccio, Dance Dance Dance di Haruki Murakami, potrà risultare piacevole anche a chi non è un habitué di pagine colme di arcani da risolvere, omicidi, e dettagli da tenere a mente per il momento clou della rivelazione; del noir, insomma. Ciò probabilmente grazie a quella sottile vena di esistenzialismo che scorre discreta lungo tutto il racconto, o alla forte presenza, come in tutti gli scritti dell’autore, della musica come vettore, che fa da elemento di distensione nei punti critici della lettura.

Il protagonista è un trentaquattrenne giapponese, giornalista, persona per bene, con un buon lavoro, una buona reputazione, ed una canonica separazione alle spalle. La sua avventura inizia con l’incontro, o meglio la sparizione, di una prostituta di lusso, Kiki. Un sogno che arriva puntuale ogni notte lo spinge a mollare tutto e partire alla ricerca spasmodica di un indizio che lo porti laddove Kiki sta cercando il suo aiuto. Gli incontri bizzarri si susseguono, ma la più importante compagna di viaggio sarà l’adolescente Yuki.

La lettura può risultare confusionaria e difficile per i primi capitoli, non si capisce bene dove l’autore voglia condurre l’attenzione di chi legge, quale sia la prospettiva in cui porsi e si pensa subito ad un flop letterario, pronti a riporlo in libreria. Ci si trova smarriti, sospesi tra descrizioni esclusivamente fotografiche degli ambienti, dialoghi in molti casi inconcludenti, soggetti a tratti incredibilmente privi di emotività e anzi perlopiù monotoni e ripetitivi. Appena oltre la prima metà del viaggio però, il lettore capisce improvvisamente quanto tutta quella simmetria e ridondanza nel periodare siano stati fattori indispensabili per la riuscita dell’esercizio psicologico predisposto dall’autore. A quel punto ci si ritrova infatti più o meno nello stesso stato d’animo del protagonista: smarriti in un’atmosfera rarefatta, senza appigli, senza suggerimenti.

Contemporaneamente alla catarsi del protagonista, si assiste ad un notevole cambiamento nello stile della narrazione. Si passa da una dimensione surreale ed in alcuni punti macabra, ad una reale e luminosa, che fa finalmente intravedere il giapponese che è in chi scrive. Il ritmo si fa più veloce, i paesaggi suscitano morbide sensazioni, i grandi successi rock del passato che l’autore cita non risultano più sterili elencazioni che vien voglia di saltare a piè pari, ma belle colonne sonore, i personaggi si muovono, nell’ambiente che li circonda e nelle emozioni. Il tutto viene sigillato dall’immagine di un lucente mattino che chiude il racconto, facendo sembrare lontanissima quella sensazione di confusione che ha accompagnato parte della lettura.

Dance Dance Dance è uno di quei libri di cui si sente dire: “si capisce alla fine”, ma da capire in fondo c’è poco. C’è solo da abbandonarsi e danzare, danzare, danzare, lasciandosi portare dal garbo tutto nipponico di Murakami. Non per forza alla fine lo si apprezzerà, ma non si potrà dubitare d’aver vissuto un’esperienza insolita, surreale (a meno che non abbiate anche voi un uomo-pecora come consigliere personale!) e nonostante ciò talvolta inaspettatamente vicina alle nostre esperienze quotidiane.