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Lettere di uno sconosciuto – Zhang Yimou

Dopo diversi anni passati a dirigere blockbuster cinesi, Zhang Yimou, noto,  e artisticamente notevole,– soprattutto per Lanterne rosse, Sorgo rosso e La storia di Qiu Ju, torna a quella dimensione intimista e raccolta –- ma non per questo meno feroce –- delle sue prime opere e a collaborare con la sua attrice-feticcio Gong Li.

I protagonisti del nuovo film del regista cinese sono intrappolati in un dramma che finge di terminare per dimostrare, in realtà, di non conoscere fine, riproponendosi sotto altre sembianze: durante gli anni della Rivoluzione Culturale (1965-1969), Lu Yanshi (Chen Daoming) viene arrestato e portato in un campo di lavoro come prigioniero politico, costretto così a dividersi dalla moglie Feng Wanyu (Gong Li). Finita la rivoluzione, Lu, ormai libero, può finalmente tornare a casa. Ma la riappropriazione della felicità, o perlomeno di una vita normale, si rivela complicata, se non quasi impossibile: scopre che la sua amata è affetta da amnesia, e che ha mantenuto pochissime tracce del suo passato, non riuscendo così a riconoscerlo. La donna è tenuta in piedi da un solo pensiero, quello di attendere con pazienza il suo compagno, senza sapere, drammaticamente, che è già tornato.

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A farci entrare “nella testa” del sistema oppressivo della Rivoluzione Culturale non è tanto il grigiore soffocante e severo della città che pervade le inquadrature, o l’immancabile e deleteria perfezione dei controlli, bensì la figura della giovanissima figlia della coppia, la danzatrice Dan Dan (l’’esordiente Zhang Huiwen), uno dei maggiori talenti di una prestigiosa accademia. La ragazzina, accanitamente devota alla Rivoluzione, tanto da denunciare alle autorità la (breve) fuga del padre arrestato quando lei aveva appena tre anni, soprattutto durante le prove di ballo con tanto di armi, è una presenza minacciosa che non avrebbe affatto sfigurato in uno dei due volumi di Kill Bill. La sua personalità, in apparenza forte e colma di certezze, è invece totalmente dipendente e plasmata dal sistema, e il suo danzare, seppur impeccabile, non indica alcuna traccia di vera vita, bensì è movimento mortifero, da atleta robotizzata, da “ballet mécanique”, un corpo che vive di moti artificiosi inculcati dall’’alto.

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Quando il padre, dopo la Rivoluzione, comincia ad avvicinarsi alla figlia ormai pentita del suo passato “crudele e cocciuto” e costretta da vari eventi ad abbandonare la danza, l’’asse dell’’attenzione si sposta sulla madre, una figura sofferente, regolata da una tristezza senza tregua, spinta da una speranza ignara della realtà. Ma in questa seconda parte, nonostante le eccellenti interpretazioni, si sente la mancanza della “cattiveria” rimarchevole della figlia, della sua danza che era involontaria espressione della cieca ubbidienza alle regole della Rivoluzione, di un montaggio avvincente che, durante la prima mezz’’ora, trasmetteva all’’opera scosse da thriller. Si fanno invece largo squarci melodrammatici annacquati, senza mordente, che sarebbero sicuramente stati più convincenti con qualche lungaggine di meno.

Ormai sembra proprio che, con l’’eccezione di qualche sequenza isolata e di qualche abbozzo di personaggio, l’’antico splendore dello Zhang Yimou di Lanterne rosse fatichi a manifestarsi e a muoversi come un tempo.