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Le intermittenze della morte – José Saramago

Qual è il senso della vita? Ma soprattutto, ha poi senso continuare a chiederselo?
Questo il messaggio che il Premio Nobel portoghese Jose Saramago sembra lanciare ai lettori di Le intermittenze della morte (Feltrinelli, 2012), un racconto surreale che contiene tutti gli elementi per raggiungere la perfezione narrativa: un’infinita dose di pungente ironia, un fiume in piena di parole che travolge pur senza sommergere, citazioni tratte dal più variegato universo culturale che costituisce il background di un autore di immane caratura, e la voglia di stupire, di raccontare una favola dolceamara contemporanea, poetica e romantica.

Portuguese Nobel Prize Laureate José Saramago appears during the award ceremony for the Granada Adopted Child's Medal 03 February 2006 in Granada, southern Spain. AFP PHOTO/ JOSÉ LUIS ROCA

Portuguese Nobel Prize Laureate José Saramago appears during the award ceremony for the Granada Adopted Child’s Medal 03 February 2006 in Granada, southern Spain. AFP PHOTO/ JOSÉ LUIS ROCA

Saramago ha la capacità di porre il lettore di fronte a un’utopistica possibilità di vita eterna, sempre più tangibile pagina dopo pagina; cosa accadrebbe se, in un Paese non meglio identificato, al rintocco della mezzanotte di un giorno qualsiasi, la morte smettesse di fare il proprio mestiere?

Quello che potrebbe sembrare, almeno di primo acchito, il sogno di tutti, si rivela un prodigio dagli effetti collaterali devastanti: le strutture assistenziali non riescono più a sopportare e a gestire il continuo arrivo di persone non più autosufficienti e che non moriranno più, il sistema pensionistico è al collasso, la popolazione aumenta in maniera spropositata, la “sacra chiesa cattolica romana” perde di utilità venendo meno il principio della resurrezione, le agenzie di pompe funebri sono destinate al fallimento, il governo in tilt… e la “maphia”? Momentaneamente, è l’unica a guadagnarci, con un business sul traffico di moribondi che manco con i kalashnikov e la cocaina.

E così, criticata quando lavora a pieno regime, ancor più criticata quando decide di far sciopero, la morte in persona tornerà a mietere vittime, dando finalmente una spolverata ai suoi metodi così antiquati… finché un sentimento spaventosamente umano, come può esserlo solo l’amore, non le rimetterà i bastoni fra le ruote, con tutta la forza di un divertente imprevisto.

A prescindere dall’ispirazione fiabesca di questo romanzo, la normalità dell'”evento – morte” (volutamente scritto minuscolo) è una componente con la quale l’uomo deve, serenamente per giunta, rassegnarsi a vivere: Saramago ha il dono di scrutare dentro l’animo umano, dono che, in questo, lo accomuna all’intero filone della letteratura del mondo latino (Jorge Luis Borges, Gabriel García Márquez, Paulo Coelho), dono che, nonostante lo stile a tratti impervio (una sorta di stream of consciousness continuo, bandite le maiuscole, nomi propri compresi, bandite le strutture discorso diretto/ indiretto, sintassi in pieno stile Saramago, insomma, che generalmente o si ama o si odia), non viene mai meno, alleggerito da una dolce e ironica indulgenza nei confronti di questa umanità così vera, fragile e paradossalmente frenetica.