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Kiss Each Other Clean – Iron and Wine

Lo ripeterò sempre, fino alla noia. Ci sono alcuni dischi che son difficili da descrivere per la loro grandezza e verrebbe solo da scrivere: gran bel disco, altre parole risulterebbero vane. È questo il caso di Kiss Each Other Clean, quarta fatica in studio di Samuel Beam, cantautore statunitense che si cela sotto il nome di Iron and Wine. Cominciamo col dire che questo disco ha un suono più corposo e variegato rispetto ai precedenti: infatti il folk tradizionale si miscela perfettamente con altri generi e soprattutto con il blues e il jazz e anche un po’ di funk. Tecnicamente ineccepibile (i cori sfiorano la perfezione e gli arrangiamenti son fatti meglio di un tessuto cucito a mano), questo disco è anche pieno di significato e dimostra che ottimo paroliere sia Beam.

L’esempio lampante è in Walking Far From HomeI saw flowers on a hillside and a millionaire pissing on the lawn…I saw strangers stealing kisses, Giving only their clothes, only their clothes») che apre il disco in maniera soave, voce amplificata, cori gospel e un crescendo emotivo che non lascia indifferenti. Me and Lazarus ha un inizio con echi quasi tribali per poi sciogliersi in una ballata blues-funk con il sassofono e la tromba che sono panna e liquore su un gelato. E arriviamo ad uno dei pezzi migliori dell’album Tree by the River dotata di una poeticità unica e che ideologicamente si divide in due parti: la prima trasognante che si fa spazio fra i ricordi e la seconda sezione più ritmata e “realista” («Now I’m asleep in a car,I mean the world to a potty-mouth girl, a pretty pair of blue-eyed birds»).

Si viene spiazzati (positivamente) dalla successiva Monkeys Uptown, sospesa fra ritmi funk e richiami di elettronica; non fa lo stesso la stupenda Half MoonCause I can’t see nothing in this half moon, Lay me down if i should lose you») che ha un’impostazione più classica. Tra i miei pezzi preferiti dell’album c’è Rabbit Will Run che si divide fra richiami alla world music, distorsioni fulminanti e con il capolavoro finale: la voce di Samuel che mette davvero i brividi sulle parole («Cause a rabbit will run, and a pig has to lay in it’s piss, We’ve all given half to the hand in our face,We’ve all taken a stone from the holiest place, And I still have a prayer, and I’ve furthered the world in my wake») mentre il flauto si intreccia con i vocalizzi – la ciliegina sulla torta di un pezzo starordinario.

I brividi continuano con gli arpeggi e le note di pianoforte di Godless Brother in Love, fra i brani più intensi dell’album. Ritroviamo il funk nostalgico anni ’70 in Big Burned Hand, seguita da un pezzo da anni ’90 come Glad Man Singing che come ho letto in un’altra recensione ricorda molto le migliori composizioni di Cat Stevens. Il disco si chiude con l’apoteosi di Your Fake Name Is Good Enough for me: un pezzo “folle” che racchiude quanto di buono c’è in questo disco con il suo andamento prima deciso, poi rallentato e una seconda parte (che ammicca al progressive) che rende il pezzo da orgasmo. Miglior pezzo di un album altrettanto straordinario.