PSZ1370248197PS51ac5405e59c6

Io odio i Take That

Era il 1995, l’estate stava per iniziare, io avevo nove anni. Finanziato da mia mamma stavo per effettuare il mio primo acquisto musicale. Si, mi rendo conto che potrebbe sembrare un affare da poco, invece non lo è perché la prima volta non si scorda mai. Io, nonostante fossi solo un pargoletto, avevo le idee chiare, sapevo quello che volevo e andai a botta sicura: Take That, Nobody Else.

Un po’ di storia. Nobody Else fu il terzo album in studio di quella che all’epoca si poteva considerare la boyband più famosa al mondo. Reduci da due album molto ben riusciti i Take That stavano per pubblicare quello che sarebbe diventato il loro capolavoro. Un disco molto importante Nobody Else anche perché l’ultimo con Robbie Williams in line up (prima del suo ritorno nel 2010). Fine della storia.

Quel disco divenne la mia Bibbia (o il mio Corano se preferite). Convintissimo di essere una sorta di reincarnazione di Robbie Williams mi vestivo come lui, mi tagliavo i capelli come lui e cercavo di fare pose il più possibile simili alle sue. Cantavo tutto il giorno Back for Good e compagnia bella, con quella capacità fanciullesca di ascoltare canzoni in inglese e dargli un significato tutto tuo. Per esempio quando ascoltavo il verso “got your lipstick mark still on your coffee cup” ero convinto che stessero parlando di Mark Owen.

Insomma i Take That erano riusciti nella loro missione: far innamorare di loro tutti i ragazzini e le ragazzine del mondo. Poi come è andata a finire lo sapete tutti a meno che non siate appena tornati da Plutone. Robbie Williams lascia i Take That. Robbie Williams si droga senza sosta. Robbie Williams diventa amico dei fratelli Gallagher. Robbie Williams inizia la sua carriera solista. Robbie Williams è la pop star più famosa dell’universo. Robbie Williams firma un contratto discografico da 80 milioni di sterline. Robbie Williams riempie Knebworth per tre serate consecutive. Gary Barlow? Beh, Gary passa le sue giornate in casa, depresso. Fuma marijuana incessantemente, ingrassa e non si lava per giorni. Difficile dargli torto dato che, dopo l’implosione dei TT, avrebbe dovuto essere lui la stella, il nuovo George Michael, il principe del pop. Invece no. Badate bene ci provò, all’inizio non andò neanche malaccio però poi uscì Angels. Bisognerebbe stendere un velo pietoso sulla vita post Take That degli altri tre membri ma, per amor di cronaca: Howard Donald, dopo aver registrato un singolo tuttora mai pubblicato, pensò al suicidio mediante tuffo carpiato nel Tamigi. Mark Owen tentò la carriera solista con scarsissimi risultati e partecipò al grande fratello inglese. Jason Orange, invece, saggiamente capì che con la musica centrava davvero poco così decise di buttarsi sulla recitazione. Non andò benissimo neanche in quella direzione.

Tutto sembrava scritto, deciso, immutabile, invece un giorno ecco che succede quello che non ti aspetti: la reunion dei Take That (senza Robbie ovviamente che aveva di meglio da fare all’epoca). Un colpo non da poco, seguito da una seconda botta altrettanto fragorosa: l’album, Beautiful Word, era pure bello. Il comeback singolo Patience sarebbe da insegnare nelle scuole tanto è perfetta la sua geometria pop. E non parliamo della traccia di apertura del disco: Reach Out è, e lo dico senza vergogna, uno dei migliori pezzi pop che io abbia mai ascoltato nella mia vita. Il miracolo è compiuto. Quella che a metà degli anni novanta era la boyband più famosa al mondo, dieci anni dopo, era diventata una band di qualità, sostanza e grande fascino. Il successo fu tale che dare un seguito a quell’album fu quasi fisiologico, e si arrivò addirittura ad un terzo capitolo.

E’ il 15 novembre del 2010 e il terzo album della nuova vita artistica dei Take That viene dato alle stampe. In copertina cinque figure: Robbie is back. Progress diventa, in Inghilterra, il disco venduto più velocemente del secolo, e il secondo di tutti i tempi, senza contare che vende più di un milione di copie in ventiquattro ore. La TT mania è tornata e non stiamo certo parlando di bambocci ventenni che si dimenano sui palchi di tutto il mondo, offuscati dalle droghe, le donne e i soldi. Stiamo parlando di quarantenni, padri di famiglia, che nella vita hanno già fatto e visto tutto quanto e ora sono qui solo per la musica e per lo spettacolo.

Io amo i Take That. Quando quasi vent’anni fa comprai quel disco avevo già capito tutto. Quello fu l’inizio della mia educazione musicale e ne sono fiero.

Ok, ora voi vi starete chiedendo cosa centra il titolo dell’articolo con quanto avete letto. La risposta è: niente. Il titolo era solo un esperimento sociologico; volevo vedere quante persone sarebbero state curiose di scoprire il motivo del mio odio verso i Take That. Io sono nato nel 1986, di cognome faccio Robotti e quando i miei amichetti in piscina mi chiamavano Robbie storpiando il mio cognome io mi sentivo il più figo della terra. Come potrei odiare i Take That?

Grazie


Per 15 anni Paper Street è stata una rivista on-line di informazione culturale che ha seguito con i suoi accreditati i principali festival europei di cinema e musica: decine di collaboratori hanno scritto da tutta la penisola dando vita ad un archivio composto da centinaia di articoli, articoli che restano a disposizione di voi lettori che siete stati un numero incalcolabile nonché il motivo per cui, per tanto tempo, abbiamo scritto con passione per questo progetto editoriale che ci ha riempiti di soddisfazioni.

This will close in 30 seconds