Paul Banks of Interpol

Interpol @ Palasharp (MI)

C’è indie e indie. C’è quello allegro e spensierato, un po’ cazzaro un po’ frivolo; e c’è quello serio, con anima e palle. C’è quello semplice, negli accordi e nelle armonie, e c’è quello complesso, articolato nei suoni e nelle atmosfere. Gli Interpol, in entrambi i casi, appartengono alla seconda specie: eccoli, i “figli” dei Joy Division, pionieri di un indie oscuro e riflessivo, costruito come rock opera decadente e nichilista, nei minimi dettagli, in un modo che va oltre l’apparenza e colpisce dritto alla bocca dello stomaco. Diciamola tutta: gli Interpol appartengono alla categoria, riservata a pochi intimi, di quelle band da vedere assolutamente almeno una volta nella vita.

Il quartetto newyorkese approda a Milano per il tour che porta in giro per il mondo il loro ultimo, omonimo lavoro, un album molto discusso – il quarto della loro carriera – in quanto per certi versi sottotono rispetto agli standard altissimi cui ci avevano abituato. Si presentano così di fronte ad un Palasharp gremito, avvolgente e caloroso (con buona pace di chi ha ascoltato i superflui Surfer Blood, opening act della serata, e credendo di aver visto gli Interpol se ne è andato. Giuro, è vero. Per la serie: biglietti omaggio ad minchiam) degna cornice di un evento come questo. Anche se, nelle aspettative dei presenti si coglie palpabile una mancanza che è quasi affettiva: Carlos D, il bassista storico della band, che ha deciso di lasciare al termine delle registrazioni del disco per dedicarsi a coltivare ambizioni da regista cinematografico. Un’assenza che pesa, soprattutto a livello di immagine.

Ciononostante, la band è solida e, come si capisce sin dalle prime battute, è venuta a Milano in forma scintillante. Si presentano sul palco vestiti come agenti di borsa a Wall Street, e regalano due ore del miglior indie rock su piazza. Prima le note negative: la scenografia è scarna, e i giochi di luce sull’organo che fa da sfondo alla band risultano un po’ banali. Ma l’atmosfera è cupa il giusto, e tanto basta per ottenere l’effetto sperato. Il nuovo acquisto al basso, sostituto di Carlos, è emarginato nel buio di un angolo del palco, anche visivamente costretto in disparte. La sua prestazione è tecnicamente ottima, ma la presenza scenica è – forse volutamente – nulla.

Probabilmente per bilanciare quest’effetto, però, i restanti tre si prendono il palcoscenico e non lo mollano più, sciorinando il meglio del loro repertorio. Sam Fogarino, alle percussioni, è una macchina incessante e arrembante; Daniel Kessler, chitarra alla mano, propone il pezzo forte, muovendosi senza sosta con movimenti tarantolati e balletti surreali per tutta la durata dello show (un piacevole classico); Paul Banks, alla voce, più che Ian Curtis sembra il miglior David Bowie dark, per intensità di performance e qualità vocale.

Chapeau, insomma. C’è davvero poco da dire ad una band che ha raggiunto il livello planetario che merita, e che ha offerto alla gente del Palasharp uno show emozionante e intenso. Unica pecca, alcune lacune imperdonabili nel set come le assenze di Obstacle 1, Stella Was A Diver e No I In Threesome, però ampiamente compensate da esecuzioni magistrali come Slow Hands, Say Hello To The Angels, Nyc (e chi scrive aggiunge C’mere, per cui notoriamente ha una predilezione speciale). Il pubblico sfolla così soddisfatto, appagato di uno show che è valso ampiamente il prezzo del biglietto.

Scaletta:
Success
Say Hello To The Angels
Narc
Length of Love
Summer Well
Rest My Chemistry
Slow Hands
C’mere
NYC
Barricade
Take You On A Cruise
Lights
PDA
Memory Serves
Not Even Jail

ENCORES:
The Lighthouse
Evil
The Heinrich Maneuver

 

17 novembre 2010