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Il medico tedesco. Wakolda – Lucía Puenzo

I libri e le opere sulle atrocità compiute dal regime Nazista si sprecano, e la qualità è decisamente altalenante. Spesso e volentieri, infatti, il rischio è quello di sfociare nel banale, indulgendo troppo negli aspetti più patetici delle vicende narrate: il bambino separato dai genitori, il protagonista seviziato e vessato all’inverosimile, in un eterno contrasto buono-cattivo letto e riletto.

Tuttavia, altrettanto spesso, fortunatamente, si trova anche qualche voce fuori dal coro, che narra una storia delicata e difficile da digerire, con uno stile davvero impeccabile e anticonformista: è il caso del volume Il medico tedesco. Wakolda (Guanda, 2014) della scrittrice, sceneggiatrice e regista argentina Lucía Puenzo, figlia di quel Luis che vinse l’Oscar nel 1985 con La storia ufficiale.

La vicenda è ambientata in America Latina, tra Buenos Aires e la desertica Patagonia, e inizia con un lungo viaggio, la calcolata e tranquilla fuga di una delle figure più spietate, odiose e intriganti della storia nazista, quella di Josef Mengele, il celebre medico che fece innumerevoli esperimenti su migliaia di Ebrei all’interno dei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.

Ciò che colpisce non è tanto la crudeltà del medico, accennata più o meno velatamente in varie parti dell’opera, ma soprattutto la natura del rapporto che l’uomo riuscirà ad instaurare con la figlia dodicenne di alcuni compagni di viaggio conosciuti lungo la strada, un rapporto morboso fatto di perversione, curiosità adolescenziale e un’attrazione carnale che infastidisce e attrae il lettore fino al terribile epilogo.
Quella che sembra quasi una favola noir è invece una cruda realtà, e ciò che sconvolge è che un simile orrore possa essere esistito realmente: fino a che punto può spingersi il male? quanto è profondo l’abisso dentro ognuno di noi?

Il medico tedesco racconta l’ultimo folle esperimento di Mengele, che cercherà di deviare la natura di una ragazza ancora acerba rendendola sua complice, catturando il lettore in un intreccio di suspense e perversione sottile ma spietatamente violenta, guidandolo con uno stile sapiente, carico di immagini che ci fanno riflettere sulla storia e sulla natura dei rapporti umani. Temi forti trattati senza paura, insomma, dove primeggiano la formazione dell’identità sessuale adolescenziale e la labilità di una coscienza politica e civile discutibile e difficile da digerire.

Ma qual è l’intenzione di fondo che ha spinto Lucía Puenzo, argentina, classe 1976, a trattare un tema così difficile? Sicuramente, il bisogno e la volontà di interrogarsi sulle ragioni che hanno spinto il governo argentino, negli anni del secondo dopoguerra, ad aprire le frontiere e a dare rifugio a tanti nazisti autori di atrocità inimmaginabili, ma anche tante famiglie argentine che hanno scelto di rendersi complici di questi uomini senza scrupoli. Infatti, dopo la sconfitta di Hitler, numerosi nazisti trovarono rifugio in sud America, criminali di guerra del calibro di Eichmann e lo stesso Mengele, la cosiddetta “rotta dei topi”, una precipitosa e calcolata fuga orchestrata dalla misteriosa “Organisation der ehemaligen SS-Angehorigen”, meglio nota come OdeSSA, in accordo con il governo del presidente argentino Juan Domingo Perón, la chiesa cattolica argentina e gli agenti segreti di Himmler a Buenos Aires.

Il motivo di tutto ciò? Le conoscenze di gerarchi e scienziati nazisti utili allo sviluppo tecnologico nazionale, un fatto storicamente noto che, tuttavia, lascia spazio a numerosi interrogativi, tutt’oggi irrisolti.