Bloc-Party-Hymns

Hymns – Bloc Party

Hymns è il quinto album in studio dei Bloc Party, il primo con una formazione sostanzialmente nuova (del nucleo storico restano ormai il solo Kele Okereke, frontman e songwriter, e Russell Lissack, chitarra e synth), che segue una serie di vicissitudini fra membri che se ne vanno, separazioni, liti, e due album dimenticabili (“Four”, e il precedente “Intimacy”). Per questo, e svariati altri motivi, questo lavoro è molto difficile da recensire.

La prima ragione, e forse la principale, è che al solo pronunciare il nome Bloc Party si va indietro di una decina d’anni e la mente va subito a pezzi clamorosi come “Banquet”, oppure “Helicopter”, e ancora “So Here We Are” o “Like Eating Glass” che al momento dell’esordio (l’eccellente “Silent Alarm”) hanno rapidamente catapultato i nostri tra le stelle dell’indie britannico, lì accanto a gente tipo Franz Ferdinand, Libertines o Strokes. L’amara realtá è che quell’album e quelle canzoni erano, sono e resteranno irripetibili – soprattutto a causa della travagliata esistenza dei Bloc Party come band, che (ora possiamo dircelo) non sono stati poi all’altezza di quell’esordio cosi totalizzante. E nonostante non siano stati gli unici a vivere tempi turbolenti, rispetto ai succitati gruppi, i Bloc Party danno, oggi, la sensazione della meteora.

La seconda ragione, più contingente, è che non possiamo certo dire che questo disco sia brutto. Ma dobbiamo dire che non basta. Ci sono suoni ricercati, un evidente tentativo di sviluppo ed evoluzione, certo traspare la voglia di aprire un nuovo capitolo. E però, il risultato è appannato, almeno tanto quanto il talento compositivo di Kele si è andato annebbiando nell’incontro fra indie e dance club, in qualche modo un matrimonio mai riuscito completamente. Ora, a seguito di alcuni tentativi, possiamo dire che il filo logico si è perso. E non si capisce più quale direzione la nave Bloc Party vada prendendo, o se addirittura voglia farlo.

Il singolo The Love Within è emblematico di questo: là dove riverbera sprazzi del passato glorioso, così come fanno le interessanti So Real e Different Drugs, o l’energetica Virtue. Quel che manca, però, è l’anima. I pezzi scorrono bene, come un bell’esercizio di stile, ma non lasciano quasi nulla nella mente né nel cuore, al termine dell’ascolto. Il risultato è un disco bello ma piatto, privo di sussulti e di sprazzi da ricordare, oscuro e senza direzione.

Bisogna ammettere che dispiace, sentirli così. La parabola dei Bloc Party poteva essere molto diversa, ma ormai i giochi sono questi, e per quel nucleo di fan che saranno soddisfatti del presente, e bene che sia cosí, ad un orecchio più oggettivo ascoltando questo lavoro resta l’amarezza di quel che poteva essere e non è stato. Un talento, ed un debutto bruciante, che si è attorcigliato nella sua stessa evoluzione. Perdendosi, probabilmente senza ritorno. Per fortuna ci resta “Silent Alarm”. Ma forse, nemmeno quell’album basterà ad evitare loro l’etichetta di Kula Shaker dei Duemila.