Foto di scena © Manuela Giusto

Due Fratelli, un’epoca e il suo tormento

Il testo di Paravidino Premio Riccione '99

Esistono drammaturgie senza tempo, testi che continuano a riverberare oltre la scena con forza d’urto universale; ci sono poi scritture che insistono su un preciso contesto storico-sociale e solo in quello trovano la loro ragione d’essere.

Due Fratelli – testo di Fausto Paravidino della fine degli anni ’90, riportato in scena da Mulino ad Arte al Teatro dell’Orologio in occasione del Focus Premio Riccione (vinto nel ’99) – probabilmente appartiene alla seconda categoria.

Una tragedia da camera in ventitré quadri: Boris (Daniele Ronco) e Lev (Jacopo Trebbi) vivono reclusi in un appartamento (scenografia Lorenzo Rota) – tappati nell’incomunicabilità – con Erika (Costanza M. Frola), una meteora impazzita destinata a rompere l’equilibrio precario su cui si regge l’esistenza dei fratelli.  Boris – afflitto da un apparente ritardo mentale – è il maggiore, ma vive all’ombra di Lev, il minore, irascibile e violento, amante rifiutato da Erika, che si diverte a mascherare i suoi tormenti interiori esercitando un potere carnale e maliardo.

In scena i toni cupi, le provocazioni e il triello emotivo che si consuma fra i personaggi è frammentato da continui – talvolta esasperanti – stacchi. Luci e musica (a cura di Federico Merula e Mattia Balboni) scolpiscono crepe, vuoti in cui si insinuano nuove tensioni che si sovrappongono e si accumulano fino a implodere con violenza nello spazio asfittico dell’azione.

L’unica finestra sull’esterno, e sul passato, sono le “lettere” che i due fratelli scambiano con la famiglia: si tratta di audiocassette in cui i due ragazzi riversano un’idea di realtà altra, fasulla, diametralmente opposta a quanto effettivamente vivono; per Boris però sono quasi un gioco, una zona franca in cui poter esercitare il diritto alla felicità, un momento in cui mentire diventa sognare, idealizzare.

La tensione che monta tra Lev ed Erika, a metà circa dell’intreccio, rischia di tramutarsi in violenza esasperata e definitiva, così Lev decide di partire; al suo rientro Boris ed Erika hanno compiuto un percorso di purificazione dei sentimenti che li ha avvicinati, liberandoli dal meccanismo perverso di coercizione cui Lev li sottoponeva. In linea con le aspettative, il finale non può che essere la morte, quella che – in un modo o nell’altro – riporta la (a)normalità.

Il clima di incertezza maturato negli anni ’90 – dopo le stragi mafiose e i primi sentori di una crisi incombente quanto necessaria – si avverte tutto in questo thriller psicologico da camera (diretto da Riccardo Bellandi) che però, a forza di frammentarsi in quadri, finisce per disperdere il fascino perverso e il nichilismo che lo caratterizzano.

Alla fine resta poco, quasi niente: gli anni ’90 sono finiti, i disagi giovanili, la percezione della realtà, il bisogno disperato di comunicazione e l’idea stessa di famiglia sono cambiati – inevitabilmente – e la storia di Boris e Lev non riesce a staccarsi dal particolare per tendere all’universale.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 9 aprile 2016