foto di scena Giorgio Termini

Oltre la merda teatrale

Con 'Duet' Antonelli supera Schwab e si espone all'emozione

«Tutto quello che finisce sfama così bene gli esseri umani» scriveva Werner Schwab, ed è per questo – aggiungiamo noi – che ultimamente ci affamiamo di bulimia, perché non finisce più nulla. Trincea ai tempi di pace. Survivalismo democratico. Cannibalismo politicamente corretto.

Questa è la riflessione che sottende il nuovo spettacolo del regista romano Dante Antonelli, giunto con Duet all’ultimazione dell’agognato, folle, coraggioso progetto Schwab: riscrivere infedelmente i Drammi fecali del magmatico drammaturgo austriaco morto alcolizzato in una camera d’albergo all’alba del capodanno 1994.

Perché coraggioso e folle? Perché Antonelli in barba a ogni logica produttivo-teatrale non solo si è andato a scegliere uno degli autori più scabrosi e indigesti degli ultimi trent’anni, ma non ha neppure cavalcato l’onda del Premio Roma Fringe Festival 2015, che pur vinse con Fäk Fek Fik (2014), e tanto meno ha speso tutte le sue energie per accattivarsi operatori, direttori, critici e infilarsi in quanti più festival possibili sfruttando  l’UnderTrentacinqueità del suo collettivo; no, niente, voleva chiudere la trilogia a tutti i costi e alla fine così è stato.

Meno male però che qualcuno ha capito e certo non per opportunismi da FUS: parliamo della fucina Carrozzerie N.O.T – e chi sennò – che nell’estate 2015 ha sposato il progetto e lo ha sostenuto fino a oggi. Così ad aprile 2016 ha debuttato il secondo capitolo (terzo in ordine schwabiano) Esse.Santo Subito, a giugno ha seguito lo “spin off” Kova Kova (passato un po’ in sordina: replica secca all’India per DominioPubblico), infine giungiamo a gennaio 2017 con il terzo e ultimo tassello: Duet.

Questa era la parte storica. Ora veniamo alla merda. Schwabiana, si intende.

Illustrazione ©Serena Schinaia

Già, perché trivialità a parte questa è la parola, c’è poco da girarci attorno. Merda. E deve essere brutta, volgare, schifosa, evocare tutti i colori, gli odori, le mollezze più spiacevoli che vengano alla mente. Questo voleva Schwab. Non per pura provocazione, ma perché quel tabù rovesciato in un sol colpo riportava l’attenzione a una realtà che non si vuole vedere: la “merda” sconcerta perché è incontestabilmente e disgustosamente reale. Eppure siamo noi a produrla. Come spiega Žižek, da quando abbiamo idealizzato la realtà manipolandola a nostro uso e comodo (si pensi a tutta l’artificiosità degli studi televisivi o degli autoscatti sui social) l’escremento è diventato il nostro grande rimosso, lo rinneghiamo e con esso rinneghiamo il contro-prodotto delle nostre azioni. Non a caso uno dei peggiori incubi domestici è che quel buco dove affoghiamo i nostri scarti prima o poi ce li risputi addosso tutti quanti. O per rimanere nella laida metafora, cosa sono gli immigrati se non il rifiuto della crassa diarrea europea?
Ecco, i Drammi fecali rappresentano questo intasamento.

Fine della parte concettuale. Veniamo alla merda post-schwabiana.

Werner Schwab

Come viene tradito l’originale? Di sicuro Antonelli non è un pasoliniano, e neppure uno schwabiano in fin dei conti, non gli interessa cioè scagliarsi contro la borghesia perché ha compreso bene che ormai piccoloborghese lo è diventata tutta la società. Democrazia più neoliberismo hanno reso gli uomini finalmente uguali, come? Omologandoli. Se Schwab intuì la ventura globalizzazione, Antonelli – una generazione dopo – la smaschera mostrandocene tutta la sua inquietante inerzia. Insomma, noi non solo ci siamo abituati alla merda ma abbiamo finito per foderarla d’oro. E oggi addirittura ce la scambiamo, pardon, “condividiamo” con tanto piacere.

Eric Fischl The Price (2013) ph.: Gary Mamay/Courtesy the artist/Victoria Miro, London and Mary Boone Gallery

È un fatto capitale questo nelle riscritture dello SCHlab che si articola in due modi: da un lato, sviluppandosi secondo quel gusto tipicamente postmoderno  che tende all’accumulo iperbolico-sarcastico di elementi pop (si pensi al teatro dei Babilonia o di Timpano); dall’altro, sfociando in una denuncia che deborda oltre i confini del singolo bersaglio socio-culturale e finisce per condannare tutti, perché in questo nostro edulcorato massacro collettivo nessuno è più innocente (Antonelli è uno dei pochi che stia ereditando da Rezza).

Fine della parte drammaturgica. Veniamo alla merda rappresentata.

Chapman Brothers The Sum of all Evil (2013) Ph. ©Sergey Illin

L’orgia cannibalica dell’originario Sovrappeso, insignificante: informe viene qui ridotta all’osso. Niente più locanda, tavoli, würstel, juke box, avventori e habitué: una coppia soltanto che incarna in sé l’ecatombe di tutte le altre. Al centro di DUET infatti si cela proprio l’UE. E ora – finalmente – tiriamo tutti i fili.

La nostra coppia è ben vestita, agiata, giovane ma alquanto compassata, giovanilmente ammuffita come tutta l’intellighenzia del nuovo secolo. E proprio come vediamo fare ai “migliori” intellettuali contemporanei (ogni tempo ha i protagonisti che si merita) nei talkshow o nei social, i due prendono a linciarsi verbalmente, passando in rassegna buona parte dei cliché reazionari e pseudoprogressisti del nostro presente, riassumibile nello scambio: «Tu sei sgonfio, lasci andare tutto / Tu sei marcia dentro», cioè una lotta simmetricamente degradante tra chi sfoga e chi accumula (merda). Questa prima parte eredita la lezione del primo capitolo Fäk Fek Fik.

Foto di scena Giorgio Termini

Dappoi, crollano a terra, esausti, sguardo perso nel vuoto, e qui subentra la prima importante crepa: «Questa cosa che facciamo non ha senso, almeno uccidimi». Il cambio di registro è notevole. E non rimarrà isolato. Diversamente dal precedente Esse.Santo Subito, Antonelli dimostra infatti di aver finalmente superato Schwab. Ma non ha fretta, sa prendersi i suoi tempi. E ora il massacro, da fatto privato, autoironico, perfino divertente nel suo ridicolo, prende una vena più inquietante: è come se i due comprendessero che il loro dramma esistenziale è solo il prodotto seriale di una parodia imperante: «Io non ho più un nome, sono una prima persona singolare», il che vale a dire “sono un individualista senza identità”, sono un consumatore cieco.

Foto di scena Giorgio Termini

La crepa si allarga alla società: «Il genocidio è già tra noi». Anche quando riemerge un gusto più schwabiano, il taglio è impietosamente lucido: «Tutto il nostro continente […] non è che una trippa ripassata nel sugo dei nostri crimini e cotta sulle ceneri dei nostri morti. Un’identità politica insignificante.» Ma, come accennavamo, Antonelli non attacca questa o quella fazione, mina piuttosto la mentalità che è alla base di questo mondo globalizzato: «Si sono inventati il faidaté del genocidio di massa». E quasi sembra di vederlo il tutorial su YouTube, quasi ci trovassimo tutti quanti in un incubo tecnologico di sterilità à la Black Mirror: «Noi abbiamo divorato anzitempo i nostri figli in potenza».
Si chiuderà con un’amara costatazione simil-apocalittica a metà tra l’A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Dylan e l’après moi le déluge di Luigi XV: «Tanto vento caldo. E tutti, zitti. Diluvia»

Foto di scena Giorgio Termini

Poi ecco che si ritorna alla finzione reale o alla finta realtà – siamo al terzo, rapido, movimento dello spettacolo –, perché quando ci si rivolge agli altri l’apparenza deve vincere. Come prodotti in vetrina dobbiamo essere sempre belli e vincenti, e quel che prima i due si accusavano a vicenda ora lo esaltano come pregio. È il trionfo del trash (la merda foderata d’oro). Schwab è superato dalla realtà. Antonelli lo ha capito perfettamente.

Foto di scena Giorgio Termini

Però – andiamo a concludere – non finisce qui. C’è un’ultima scena. E questo è il grande segno di novità nella trilogia dello SCHlab. Piove. Ritorna il pulviscolo sintetico di Samuele Cestola, un ambiente sonoro sempre presente (quasi drammaturgico stavolta) sospeso, aleggiante, che al di là di ogni schermaglia (contrappuntata via via ritmicamente) riemerge come una verità ultima, invocata, sottile, che deve manifestarsi (quasi un’eco poetica della composizione di Misiti nel monologo di Ariel in Ubu Roi e Per te bambina mia in Metamorfosi di Latini-Fortebraccio). Una verità stavolta, però, umanissima. Niente più eccessi, niente più difese, niente più recriminazioni, e soprattutto niente più parole.

Foto di scena Giorgio Termini

DUET ha un colpo di coda toccante, si scrolla di dosso tutta questa coltre di pensieri, ipocrisie, speculazioni, chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, e ritorna all’essenza. Un uomo, una donna, un dolore, e quell’inspiegabile ma irrinunciabile tensione a – comunque – ritornare l’uno all’altra. Anche se non funziona, anche se non ha senso, anche se rischia di essere il preludio a un nuovo massacro.

Sono gesti spezzati, trattenuti, come un abbraccio che non si riesce a ricambiare, una carezza che non si sa come coltivare, ma che pur si vuole. C’è tutta l’umana natura del meraviglioso finale di Eternal sunshine of the spotless mind in questa scena (Valentina Beotti ha qui una verità espressiva commovente): a nostro avviso è semplicemente uno dei momenti teatrali più sinceri degli ultimi anni, ma per una ragione ben precisa. Con questo finale Dante Antonelli infrange la moda del cinismo compiaciuto o del sentimento di maniera, e inaugura il ritorno all’emozione.

Foto di scena Giorgio Termini

Nessun patetismo, solo semplice verità. La verità di una coppia, la verità di riscoprirsi umani, la verità di quella parola ormai diventata impronunciabile che un tempo si chiamava amore. Ci vuole una certa dose di coraggio a pronunciare una battuta come «Perché non mi dài un bacio?» senza sentirsi esposti al ridicolo. Ma qui finalmente ci si espone. Fragili. Nudi. Umani.
E nella sua silenziosa grazia (per non parlare del fatto che tutto ciò giunge da una riscrittura di Schwab), è un gesto clamoroso.

Louise Bourgeois The welcoming hands (1996) ©MoMA, New York

Antonelli e lo SCHLAB stanno proponendo un’alternativa. Ce ne vogliamo accorgere o preferiamo continuare a ritinteggiare la nave che affonda? Un’alternativa che è nata battendo altre strade. Niente scambi, niente finanziamenti pubblici, niente posizionamenti di quartiere, niente prodottini commerciali culturalmente confortanti (e pensare che Antonelli si è diplomato alla Silvio d’Amico). Un’alternativa che presto è andata ben oltre il progetto Schwab – e non c’è dubbio che se ne siano sorpresi loro stessi, perché qualcosa nel loro modus operandi è cambiato.

Non è la rivelazione, non è il capolavoro, non è lo spettacolo che confida piccoloborghesemente nel premiuccio da appuntarsi alla scheda produttiva.
È un processo in atto, che cresce, sempre di più. E andrebbe osservato con curiosità, attenzione e lungimiranza.

Stiamo a vedere.

Ascolto consigliato

Carrozzerie n.o.t, Roma – 18 gennaio 2017

DUET
– Quanti siamo davvero quando siamo noi due? –

direzione Dante Antonelli
con Valentina Beotti, Enrico Roccaforte
drammaturgia Collettivo SCHLAB
ambiente sonoro Samuele Cestola
ambiente scenico Francesco Tasselli
costumi Caludia Palomba
aiuto regia Domenico Casamassima
foto di scena Giorgio Termini

coordinamento Annamaria Pompili
ufficio stampa Marta Scandorza
illustrazione Serena Schinaia

con il Patrocinio di Forum Austriaco di Cultura in Italia
Residenza Produttiva Carrozzerie n.o.t
con il sostegno di Teatro Mediterraneo Occupato, Fivizzano 27- nuova script ass.cult., N38 E13