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The Room Went black – The Singers

Dietro questo nome comunissimo si nasconde un gruppo di quattro ragazzi italiani davvero in gamba, che con un po’ di fortuna potrebbero arrivare lontano.

The Singers (Vicky Casaburi alla voce e al basso, Giulio Azzolini e Andrea Ricci alle chitarre e Matteo Caminoli alla batteria) è un progetto indie rock nato all’inizio del 2010 a Roma. Come loro stessi dichiarano i Beatles sono la madre di tutte le influenze (soprattutto quelli di Rubber Soul e Revolution); ma nel loro suono ritroviamo soprattutto echi di Arctic Monkeys, The Strokes, The National, Dirty Pretty Things e Libertines, Feeder e ci sento anche qualcosa dei Dinosaur jr (per la prepotenza di alcune tracce) Franz Ferdinand (soprattutto per i cambi di ritmo di alcuni pezzi). Lo scorso 30 giugno hanno aperto il concerto degli Yuck a Roma.

Il loro album di debutto si intitola The Room Went Black ed è stato registrato al Trafalgar Recording Studio di Roma (al mastering il sound engineer Tim Debney che ha collaborato con The Decemberists, British Sea Power, Mumford and Sons).

Non ci troviamo davanti ad una rivoluzione di un genere ma il disco è curato nei minimi dettagli dagli arrangiamenti ai back vocal e la voce di Vicky è originale, soave e a tratti malinconica e soffocata allo stesso tempo (immediato il rimando a Casablancas) e cavalca bene (in maniera dosata, fortunatamente mai fuori le righe) i ritmi sincopati della band. L’unico appunto che si può fare è che alcuni pezzi soffrono di una certa stanchezza, nel senso che si somigliano un po’ troppo.

Il titolo dell’album suggerisce una sorta di black-out, il cambio di rotta (in peggio) di una determinata situazione; insomma ritroviamo un mood oscuro ma non triste che si riflette in maniera egregia nei testi, alcuni dei quali davvero interessanti.

Si comincia in maniera scoppiettante con The Road (“Motionless, Upright I Think Degrading, Crumbling, Fading/ Motionless Upright I Think, Nothing to do but waiting“) che si insinua subito in testa e in cui ci sento qualcosa degli Snow Patrol (soprattutto nel finale). Lo stile non cambia per la seconda traccia Dance Dance Dance (Hit the floor) che ha una componente decisamente più melodica ma non per questo risulta meno gradevole (lo stesso discorso per Medication).

Il talento del gruppo viene fuori in uno dei migliori brani dell’album ovvero 18:18 che inizia nella solita maniera ma sui versi “it would be you i tell you why i’m scared / of all the things you tried to teach me” rallenta in maniera brusca e riesce anche ad emozionare, trasmettendo a pieno il senso del testo e successivamente cambia ancora una volta ritmo. Gods to surrender è un altro pezzo molto valido dell’album e ricorda molto alcuni pezzi dei Bloc Party di Silent Alarm (anche se nelle accelerazioni strumentali il fantasma degli Strokes è sempre presente). Pina Colada Experience (a mio parere, il pezzo meno riuscito dell’album) desta interesse per il divertissment vocale conclusivo e la velocizzazione finale.

Molto ben riuscita la successiva Red Snow, perfetto pezzo power-pop: ottima fusione di riff quasi heavy e melodia. Interessante anche la progressione di Shamrock che anticipa un altro brano fra i più riusciti del lotto ovvero I Bet ya che è una canzone davvero “saggia” nel senso che riesce a trattenersi e a scatenarsi sapientemente senza mai scadere nel semplice alternarsi degli stili.

The Continuing Sory of J. Finch è un pezzo ben suonato e piacevole ma “anonimo” nel senso che potrebbe appartenere a qualsiasi altra band che ha caratterizzato la generazione indie dello scorso decennio. All’opposto English Strawberry convince molto: pezzo fra i più corposi e robusti dell’intero album, batteria e chitarre martellanti e i “giochi” di voce (seppur impercettibili) di Casaburi rendono la traccia fra quelle da annoverare tra gli episodi migliori. La chisura è affidata (egregiamente) a Lights on, Detective Blondie (“I’m on my way, I’m Afraid / Turn the Lights on I’m Insane“) che si distingue per il modo tirato e teso con cui viene suonata (in stile Interpobb3

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