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Gone Girl – David Fincher

Con Gone Girl – presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma – David Fincher ci riesce di nuovo: ti sequestra, si prende gioco di te e poi, mentre ti svela le sue carte, ti libera e ti deride amichevolmente.

Nick (Ben Affleck) e Amy (Rosamund Pike) sono una coppia benestante che vive in un’elegante zona residenziale in una cittadina del Missouri. Lei è una figlia modello, scrittrice insoddisfatta e annoiata, lui insegna scrittura creativa e ha una gemella (Carrie Coon) alla quale è molto legato. Le loro vite sono appiattite da un matrimonio che non risente semplicemente della routine, è minato da rancore e incomunicabilità, ed è proprio nel giorno del loro quinto anniversario che la donna scompare nel nulla. Durante le indagini l’uomo diventa protagonista di un’arena mediatica spietata che fa di lui ciò che vuole, gli cambia l’immagine pubblica all’occorrenza e influenza continuamente la percezione dello spettatore.

A spiazzare c’è l’apparente distacco emotivo che caratterizza i protagonisti dei film di Fincher, il richiamo di sentimenti inaspettati: Nick non si concede scene di plateale disperazione, appare quasi sollevato all’idea di essere rimasto solo, la mancanza di empatia fa di lui un sociopatico. L’esercito dei media è agguerrito: plotoni di fotografi si appostano davanti la villetta della coppia, un’armata di presentatrici televisive è pronta all’attacco. Perché Gone Girl è un film che riflette sulla manipolazione mediatica e sentimentale, che mostra come sia facile diventare l’uomo più odiato d’America per poi tornare a vestire i panni del marito perfetto.

Ancora una volta il regista di Denver parte da una fonte letteraria, dall’omonimo romanzo del 2012 di Gillian Flynn – che cura anche la sceneggiatura – e gioca con un sistema di flashback, indizi e slittamenti di punti di vista che non lascia tregua. Amy ha una faccia angelica, la sua voce fuori campo è calma e scivola sul tappeto sonoro cupo creato da Trent Reznor e Atticus Ross. Anche lei, come Lisbeth Salander in Uomini che odiano le donne, è una figura femminile fredda, anaffettiva e calcolatrice, ma nessun personaggio dell’universo fincheriano è destinato a didascaliche condanne e assoluzioni.

Dopo l’ultima parte, in cui un sottile humour nero si insinua nel registro drammatico, accade la stessa cosa che succedeva in Fight Club e The Game: viene immediatamente voglia di rivedere il film. Si sente la necessità di assistere nuovamente al racconto muniti di un punto di vista consapevole, che a questo punto crede di sapere come porsi innanzi ai sorrisini silenziosi di Nick o alle pagine di diario di Amy. Fincher riesce ad essere ludico e greve allo stesso tempo: la sua è una narrazione forte, nulla è prevedibile, nessun cliché viene confermato, nessun personaggio è come sembra. Gone Girl riesce ancora una volta a raccontare uomini che non sanno scegliere, solitudini nascoste all’interno di un’umanità sconsolata.