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Geografia di un momento – Tomakin

Tra le valli e le pianure della bassa padana coperte dalla nebbia è più facile del previsto imbattersi in suoni interessanti e colorati che ne bucano il grigiore.

La sensazione è la stessa che si ha guidando per l’autostrada in direzione Liguria dopo aver passato Masone quando, tra una galleria e l’altra cominci a vedere un brandello sempre più grande di mare e di luce.

La sensazione è la stessa che si ha in quelle prime giornate ancora fredde di primavera dove metti il naso fuori di casa.

La sensazione è la stessa di quando navigando alla cieca e senza direzione nella nebbia polverizzata dei social network, facendoti trascinare dalle correnti e finendo vicino al relitto MySpace, oppure al nuovissimo cacciatorpediniere Reverbnation, al quasi nascosto sottomarino BandCamp o all’onnivora balena di Facebook ti fermi su una pagina di sabbia cristallina e premi PLAY> per ascoltare qualcosa che ti sembra diverso da quello che trovi di solito, una mappa del tesoro che ti conduce in un posto un po’ diverso, per seguire quella sempre più difficile e mutaforma Geografia di un Momento.

Se per caso vi siete persi e non trovate il VOI SIETE QUI sulla vostra mappa, sappiate che in questo preciso momento siete a Tomakin, Australia: latitudine -35.821767 longitudine 150.193026 (in basso a destra insomma), ma siete anche in Piemonte, in provincia di Alessandria, ad Acqui Terme per la precisione (latitudine 44,6761; Longitudine 8,4686), dove sono nati i Tomakin, band acquese al suo disco d’esordio.

In realtà è molto più facile arrivare all’origine del loro nome pensando alla band precedente di alcuni degli elementi che compongono la band, i 17perso (dipinto del ’29 di Paul Klee) e, rimanendo in campo artistico letterario, tornando con la memoria a Thomas Tomakin de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Ma forse ora, poggiata l’ancora e premuto il suddetto PLAY> è ora di godersi quei 34 minuti e 24 secondi che compongono Geografia di un momento.

La prima impressione è quella di collocare i Tomakin in quell’ondata New Wave che colpisce l’Italia con una cadenza quinquennale: cantato in italiano, drumming asciutto e molto ritmato, basso monocorda ribattuto, chitarre pulite e mai aggressive e il giusto synth analogico del caso, il tutto spolverato da un riverbero che vena di pop addolcendo i suoni.

Il primo brano Quando Sogno (vecchio cavallo di battaglia dei 17perso) viene riproposto con sonorità aggiornate alla contemporaneità del progetto, Bar code (primo singolo estratto dal disco) trascorre lieve e pulsante senza sbavature, ma è dal terzo pezzo che i Tomakin cominciano a fare sul serio.

In Amore liquido (con la splendida frase: “sono contemporaneo, si vede dalle stringhe che porto”) gli strumenti costruiscono tra loro belle architetture esplodendo in un ritornello efficace, carico di ondate di synth, proponendo una miscela di stili molto più originale. Collasso ci porta nel ritmo tra Strangler, Violent Femmes e la voce del padre/padrone Battiato per poi rallentare nella forse troppo dilatata Maree e approdare a Joasia – tentativo dei nostri di approcciarsi alla lingua inglese (presente in molti ritornelli del disco) e avvicinarsi a sonorità molto Smiths.

In Siero ci si fa guidare dal basso sopra cui si alterna la voce e un riff di chitarra semplice e cupo per poi esplodere in una ritmica coda in levare. Ci si avvicina alla chiusura ritornando su sonorità più pop e dolci con La ragazza del ponente, musica sincopata nella strofa che si apre ad un ritornello fluido e melodico; per passare poi a New Wave (nessuna spiegazione è necessaria) brano old style e giocattolo elettro-sintetico; e levare l’ancora con Autoconvinzioni, che parte con sonorità strokesiane e introduce l’ospite bravo Beppe Matiz, rapper locale che porta il gruppo a sonorità nuove e diverse, fino ad una lunga coda ossessiva tra synth, chitarre e refrain vocale ripetuto all’infinito.

Un buon progetto, un buon disco che fa ben pensare (e sperare) e tanti spunti forse ancora da amalgamare con miglior cura in mondo da creare un “suono Tomakin” (come già si sente in alcuni pezzi). Un suono che non sia identificabile nelle sue influenze se non nel periodo storico/musicale che li appassiona e che hanno deciso di condividere con noi in queste dieci tracce. Un suono più diretto, in alcuni casi, dove certe lunghe introduzioni o code sono ancora pensate più per un esecuzione live che con l’idea della singola canzone contenuta in un disco. Difetti minimi insomma che l’esperienza e i live possono levigare col tempo come scogli acuminati che diventano finissima sabbia.