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Everest – Baltasar Kormákur

Dopo il successo dei film di apertura delle ultime due edizioni del Festival del Cinema di Venezia, Gravity e Birdman, grande era l'attesa per la proiezione di Everest, lungometraggio diretto da Baltasar Kormakur, regista islandese ispirato nelle sue rappresentazioni teatrali e cinematografiche dalla propria terra d'origine, zona a tratti impervia e dal clima rigido, in grado spesso di rendere disagevole la vita dei propri abitanti.

Proprio la difficoltà di fronte ad una natura che spesso non perdona è contenuta in Everest, presentato in laguna fuori concorso e tratto da una storia realmente accaduta nel 1996, quando un'improvvisa bufera sorprese due spedizioni che operavano in collaborazione tra di loro, facendo perdere la vita ad otto alpinisti di cordata. Attraverso tale narrazione tuttavia il regista, pur volendo raccontare una storia vera, non si concentra tanto sulla tragicità dei fatti e sulla riproduzione dettagliata degli eventi, quanto piuttosto sull'irragionevolezza dell'uomo nel momento in cui intende sfidare se stesso alla ricerca di qualcosa di appagante, che lo porterà a superare quel “limite” spesso sottovalutato per ambizione e sete di conquista.

L’amore sano per la natura e la montagna, difatti, può trasformarsi talvolta in una prova con se stessi che rischia di creare una gabbia dalla quale, purtroppo, si rischia di non poter più uscire. Questo aspetto della rappresentazione così preponderante, porta lo spettatore a chiedersi che cosa di così importante possa spingere l'uomo a rischiare la vita per una propria conquista, sottovalutando il pericolo e la possibilità del non ritorno. I rapporti umani rimangono in secondo piano, emergendo solamente per sottolineare la tragicità del momento e il senso di solidarietà determinato da un comune istinto di sopravvivenza, così come la montagna, tanto affascinante quanto talvolta crudele. Non importa per il regista descrivere i luoghi o la scalata; la maestosità delle vette e la forza della natura vengono sfidate da uomini tanto piccoli quanto desiderosi di raggiungere la “cima” del mondo, quest’ultima da intendersi altresì, nella prospettiva dei personaggi, come vittoria nella vita.

Questa sfida dell'uomo con la montagna, che è poi una sfida dell’uomo con se stesso, viene valorizzata grazie ad alcune inquadrature ad effetto ed all'utilizzo del 3D, specie nei momenti di maggior forza ed intensità, che riescono a rendere in maniera apprezzabile il coraggio e l’ostinazione dei personaggi nel raggiungimento del proprio obiettivo. Il film, lungi da porsi in concorrenza con altre pellicole di genere, si sofferma dunque sulla sfida dell’uomo tra follia e fermezza, nel raggiungimento di una meta in grado di appagarlo completamente, anche a costo del compimento di scelte poco condivisibili.