Mektoub, My Love

Cronache dal Lido #9

La Mostra del Cinema di Venezia, giorno per giorno, raccontata dai nostri inviati

Mektoub, My Love: Canto Uno – Abdellatif Kechiche

«Mektoub è il destino, il karma» risponde Abdellatif Kechiche a chi gli chiede che cosa significhi il titolo del suo film. È a dir poco soddisfatto per aver portato a termine il primo canto di Mektoub, My love, per il finanziamento del quale pare abbia persino venduto la Palma d’oro vinta a Cannes nel 2013 con La Vie d’Adèle

Sud della Francia, anni ’90. Amin, un giovane universitario che studia medicina ma vuole fare lo sceneggiatore, torna da Parigi per trascorrere le vacanze estive nella città dei suoi genitori. Le sue giornate trascorrono tra la spiaggia e le ragazze, con la compagnia dei parenti, della bellissima Ophélie e del cugino Tony, molto più disinibito di lui.

La verità è che sarebbe riduttivo definire Mektoub, My love semplicemente un film: è un’esperienza che va vissuta tutta d’un fiato fino alla fine, e che nonostante le tre ore filate si lascia alle spalle la voglia di saperne di più (il canto due, fortunatamente, è già in lavorazione). La macchina da presa insiste sui volti e sui corpi per raccontare con precisione il meccanismo sociale della seduzione e dell’imbarazzo, rispettandone i tempi fisiologici e l’andamento scostante. È il meglio dello stile dei film precedenti di Kechiche che si condensa in uno sguardo nuovo, fatto di un desiderio voyeurista, uno spirito documentaristico e un forte interesse entomologico.

mektoub

È indubbiamente lo sguardo di lui, di Kechiche, ma è al contempo anche lo sguardo del suo protagonista. E l’oggetto di quello sguardo (completamente privo di giudizio) è una generazione che non sembra intenzionata ad arrivare da nessuna parte, ma a vivere il mondo nel suo aspetto carnale e transitorio, a cogliere il momento prima che sia troppo tardi. Mektoub, My love è un film completamente antropocentrico, con cui Kechiche dà prova di essere un regista nel pieno della sua maturità e che non può che sbalordire, avvincere, incantare. È soprattutto la direzione degli attori a lasciare senza parole: le emozioni sullo schermo non sono semplicemente interpretate, ma piuttosto vissute in prima persona. L’universo attoriale è composto da soli esordienti che sono plagiati dalla volontà del regista come modellini di creta e che sembrano realizzare i presupposti di cent’anni di storia del cinema.

Ne esce un inno alla vita, al suo fluire incessante, alle sue imperfezioni, alla giovinezza comunque si decida di viverla. Un’opera magistrale, di cui sentiremo parlare a lungo.

The Rape of Recy Taylor – Nancy Buirski

The Rape of Recy Taylor

Com’è possibile che i sei ragazzi che stuprarono Recy Taylor la notte del 3 settembre 1944 non siano stati puniti dalla legge americana? Forse perché lo stupro ai danni delle donne nere, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è considerato un reato tutto sommato giustificabile, che una pacca sulla spalla da parte dello sceriffo, con annesso invito a non spargere troppo la voce, può bastare a mettere a tacere.

The Rape of Recy Taylor, documentario diretto da Nancy Buirski, ripercorre per intero le vicende legate a questa pagina agghiacciante della storia della giustizia americana, dal giorno dello stupro, passando per l’iter legislativo in cui sono state brutalmente insabbiate le prove, arrivando infine alle scuse ufficiali che la Camera dei Rappresentati dell’Alabama ha porto soltanto nel 2011. Nel documentario sono soprattutto le testimonianze dirette di due dei fratelli di Recy Taylor a toccare nel profondo, nonché l’utilizzo di documenti storici (le prove per l’appunto insabbiate) e di race films altrimenti rimasti nel cassetto di qualche redazione o cineteca.

Alla fine della proiezione la consapevolezza che ci sia ancora moltissima strada da fare lascia spazio a ben poche altre sensazioni. Ecco perché è fondamentale che un documentario di questo tipo trovi una distribuzione anche al di fuori del circuito dei soli festival. Il rischio, altrimenti, è che il sistema cinematografico faccia lo stesso sporco gioco di quanti hanno messo la vicenda a tacere, con lo scopo di salvare dalla pena certa sei ragazzi bianchi e la reputazione delle loro famiglie. 

Al di là di ogni dettaglio e di ogni speculazione storica o sociale, come osserva commossa la professoressa Crystal Feimster del dipartimento di studi Afroamericani dell’Università di Yale, una donna fu stuprata in gruppo da un branco di sei uomini rimasti ad oggi impuniti. Questo è ciò che si deve raccontare a gran voce se si vuole provare a sperare anche solo per qualche istante che avvenimenti di questo tipo restino soltanto una triste pagina di storia sociale.

Alberto Sacco

Angels Wear White – Vivian Qu

angels wear white

Sembrano davvero lontani i tempi della direzione artistica della Mostra di Marco Muller, quando il cinema orientale la faceva da padrone al Lido, con incursioni costanti di habitué come Takashi Miike, Kim Ki-duk o Ang Lee. Con il passaggio nelle mani di Alberto Barbera la selezione, dopo i primi anni di scelte coraggiose, è andata progressivamente scivolando verso scenari più “prossimi” e più comodi. Tra i 21 titoli del concorso di quest’anno, in cui gli Stati Uniti contano ben 7 titoli ma che non lambisce nemmeno vaste porzioni del pianeta (Sud America, Russia, Africa sub-equatoriale), la Cina è rappresentata dalla regista Vivian Qu e dal suo Angels Wear White.

A sei anni di distanza dall’acclamato A Simple Life (2011) della regista Ann Hui, la Mostra del Cinema di Venezia ospita il secondo lungometraggio di un’altra promettente cineasta cinese, qui impegnata nel raccontare una storia di infanzia abusata. Il suo punto di vista è percepibile nella delicatezza di tocco e, soprattutto, nella scelta di collocare nei ruoli chiave della vicenda figure femminili. Chiuso da un finale che lascia pochissimo spazio alla speranza, il film di Vivian Qu è forse uno dei titoli nel complesso più mediocri della selezione, avendo dalla sua quasi esclusivamente la scelta di un tema forte e di importante rilevanza sociale. Certamente non pessimo, ma nemmeno capace di elevarsi da una dimensione, piuttosto arida, di pura denuncia.

Cuba and the Cameraman – Jon Alpert

Cuba and the Cameraman

Nell’arco di 40 anni di attività il giornalista freelance Jon Alpert ha filmato con la sua macchina da presa l’evoluzione della scena cubana. Tra i pochi reporter americani riusciti a stabilire un rapporto diretto con Fidel Castro, Alpert ha girato centinaia di ore di filmati in presa diretta. Da questa enorme mole di girato ha preso forma il documentario Cuba and the Cameraman, presentato fuori concorso a Venezia. Periodicamente Alpert è tornato a filmare la vita dell’isola, ritrovando gli stessi amici conosciuti nei primi anni: tre fratelli instancabili agricoltori, un ragazzo che dopo aver conosciuto il carcere trova la sua strada nel commercio, una ragazza che da piccola sognava di fare l’infermiera costretta ad emigrare in Florida.

Dopo una prima parte dominata dalla figura carismatica di Castro, colto in passaggi significativi della sua leadership come la storica visita alle Nazioni Unite del 1979, lo sguardo di Alpert si sposta sulla gente di Cuba, ed è in questo contatto, profondamente carico di umanità, che il film esprime il massimo del suo potenziale. Invecchiano i volti delle persone e cambia la vita sull’isola nel corso di mezzo secolo di profonde mutazioni nello scenario mondiale, dal crollo del Muro di Berlino alla frantumazione dell’Unione Sovietica, ed è a questa contingenza geopolitica che Alpert collega il collasso dell’economia cubana negli anni ’90. Nessuna menzione è invece riservata, purtroppo, ai lati più oscuri della dittatura castrista: le violazioni dei diritti umani nella carceri, le persecuzioni di oppositori politici e omosessuali, la censura nel controllo dei media. Curioso segno dei tempi che una operazione di questo tipo nasca con il marchio Netflix.

Stefano Lorusso