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Molle, pittura e alchimia

Le marionette di Coppelia animano il surrealismo di Remedios Varo

Surreale. Alzi la mano chi non usa mai questa parola. Ormai si è imposta nel vocabolario quotidiano, senza distinzioni di ceto o cultura. La dicono tutti. Ma cosa significa? La vulgata vuole che a inventarla fu Apollinaire, nel 1917, per descrivere il balletto Parade creato da niente meno che Satie, Cocteau, Picasso e Massine.

Surréel, super-reale, cioè “sopra” il reale. Un mondo parallelo in cui secondo André Breton, padre fondatore del Surrealismo, «L’arte e la vita potrebbero rinnovarsi creando – spiega il critico d’arte R. Hughes una connessione con la regione proibita della mente – l’Inconscio. Questo, a sua volta, ravviverebbe la nostra percezione del mondo schiudendo una intera rete di relazioni nascoste […] Caso, memoria, desiderio, coincidenza si incontrerebbero in una nuova realtà – una sur-realtà.»

“Surreale” infatti non sta tanto per assurdo, bizzarro, inverosimile, quello piuttosto è “l’effetto che fa”; “surreale” è ciò che nella sua apparente irrazionalità sprigiona un senso insensato, altro, che sta “su”, appunto, sospeso – afferrabile solamente se si è disposti a fare un balzo e perdere il contatto stabile e rassicurante con la realtà data.

Max Ernst L’éléphant Célèbes (1921). ©Tate Gallery, Londra

Dieci giorni fa al Teatro Studio Uno di Torpignattara è approdata l’artigianalissima compagnia toscana Coppelia Theatre con Clockwork Metaphysics, uno spettacolo di teatro di figura – marionette, pupazzi, maschere – ispirato alla pittrice surrealista Remedios Varo (1908–1963).

Per cogliere fino a fondo l’operazione di Coppelia, però, è necessario non perdere di vista la particolare natura del surrealismo dell’artista spagnola. Nelle sue tele infatti la dimensione surreale assume i connotati di un luogo interiore alchemico, vale a dire una fucina di elevazione spirituale attraverso cui l’individuo tenta di superare la propria contraddittoria materialità (vissuta come elemento spurio dell’universo). O per usare la vecchia formula: la trasformazione dalla terra all’oro.

Nella produzione della pittrice  si fondono diverse tradizioni come l’iconografia – mistica e allegorica – cristiana, la teosofia tipica di quegli anni, la geometria sacra, l’arte pre-colombiana (l’artista si trasferì in Messico per sfuggire al Nazismo), e una riscoperta della cultura matriarcale pre-civile anche come risposta all’androginia coatta tipica del circolo surrealista. Insomma, un cosmo in cui l’individuo(-donna) cerca di trascendere la propria incompiutezza psicologica e sociale – cioè nei confronti di sé e della società – oscillando fra iperrazionalità e visionarietà irrazionale.

Tanto nelle tele di Varo quanto nello spettacolo di Coppelia, dunque, la figura femminile appare sempre decaduta e al tempo stesso sognante; ed è anche per questo che la compagnia mescolerà diverse tecniche del teatro di figura: per dar vita a questa frammentazione dell’identità.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Si comincia con il corpo seminudo di Camilla Zecca che “sorge” da un lungo lenzuolo bianco. Il segno è già evidente: la donna è terra, la donna è candore. Ma ecco che subito dopo emergerà un suo “doppio”, ferito, forse defunto, nella figura cerea di una maschera bianca, dalle orbite nere, crepata, suturata, dalla lunga chioma da spettro, guidata dalla mano della perfomer così da trovare una continuità nel suo braccio che si trasforma in una sorta di corpo astratto, una protesi simmetrica che si fa reciproca, portando a smarrire il confine tra manovratore e manovrato: proprio come una paura che nasce dall’individuo ma che poi finisce per controllarlo.

Foto di scena ©Luca Del Pia

In seguito avanzeranno a pochi passi dal pubblico, prima uno poi l’altro, due teatrini: ciascuno una meticolosa riproduzione artigianale, quasi un’emersione – in legno, stoffe e metallo – delle tele di Varo. E così il quadro prende vita tra le mani di Jlenia Biffi attraverso sofisticate marionette da polso. L’individuo irrisolto ora ha i connotati di una donna-uccello che sbatte le palpebre, soffia, afferra gli oggetti, disegna, crea, sprigiona vita dalla sua casa-gabbia; ora è una bizzarra donnina di casa che prepara da mangiare polvere di stelle per la sua piccola luna chiusa, anch’essa, in gabbia.

Ancora una volta, non c’è qui una narrazione, non accade strettamente qualcosa, è una natura morta (cioè “ferma”) che si anima: dalla bidimensionalità della pittura alla tridimensionalità del teatro, con l’incognita del tempo che rimane irrisolta ricalcando così la dimensione tipicamente surreale in cui queste creature sospese sono immerse. Il tempo surreale è un tempo altro, apparentemente immobile, perché non marcia orizzontalmente verso un progresso – tende all’elevazione o sprofonda nelle paure più segrete.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Certo, non si può negare che per abbandonarsi totalmente all’inusuale idea spettacolare di Coppelia è necessaria una sincera e fiduciosa adesione. Remedios Varo in fondo non è la più nota delle pittrici, ed è altresì vero che la minuzia dei dettagli non sempre riesce a nostro avviso a trovare una sua valorizzazione sufficiente sulle assi del palcoscenico, finendo spesso per disperdere suo malgrado gli sguardi (cosa che in video, cioè nel codice poliprospettico della macchina da presa, invece non accade – cfr. qui).

Foto di scena ©Luca Del Pia

Ciononostante Clockwork Metaphysics merita di essere sostenuto, diffuso e plaudito come tutte quelle azioni pregevoli che partono dal piccolo e al piccolo si mantengono: indagandolo, con minutezza e minuzia: senza strafare: senza cadere nella spettacolarizzazione esibizionistica che deve sorprendere e affabulare a tutti i costi.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Coppelia è altissimo artigianato applicato al teatro (no, con ciò non diamo a intendere che la loro non sia arte), come un’animazione di Švankmajer, come uno spettacolo degli Zaches, come una modernità attenta al passato che non ha bisogno di ricorrere all’alta tecnologia ma rispolvera ingranaggi, molle, resistenze, o come cento anni fa – a partire da De Chirico in poi – celebri surrealisti indipendenti quali Magritte, Balthus , Khalo o appunto Remedios Varo ritornarono all’olio di ascendenza prerinascimentale – concreto, corposo, iperdettagliato –: per toccare con mano e – toccando – superare quel tocco. Per spingersi oltre senza abbandonare mai quel “sé” nascosto che spinge alla fuga.

Mondi surreali. Mondi allegorici. Mondi artigiani.
Metafisica a ingranaggio.

Ascolto consigliato

Teatro Studio Uno, Roma – 11 novembre 2016

Crediti ufficiali:
CLOCKWORK METAPHYSICS
di Jlenia Biffi
con Camilla Zecca
regia Ilaria Drago/Coppelia Theater
musiche originali Stefano Bechini
produzione Horroe vacui project / Nuova Accademia degli Arrischianti

(Foto di scena di ©Luca Del Pia, per gentile concessione)