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Carl Barat @ Tunnel (MI)

Dal vivo Carl è sempre un piacere vederlo, col suo volto da attore consumato, l'aria da francese ribelle, bandana al polso e giacca di pelle. Supportato da un'altra chitarra, piano, contrabbasso, violoncello e batteria inizia con “Je Regrette Je Regrette” e si capisce subito l'andamento delle sonorità, molto orchestrali, pompose quasi barocche. “Run With The Boys” ci porta a velocità e chitarre più “libertine” ma con fare baldanzoso e mai incontrollato.

Com’era facile immaginare con la cover “The Man Who Would Be King” il pubblico si scatena mentre “Carve My Name” placa subito gli animi con un'impronta retrò quasi noir e l'uscita finale del pezzo come a narrare il finale di un film. “She's Something”, la più acustica dell'album è ritmata, calda e rassicurante come la voce di Carl. Fra una sigaretta e l'altra offertagli dal pubblico alterna sia pezzi dei sui Dirty Pretty Things (“Deadwood” e “Bang Bang You’re Dead”) a perle dei Libertines “Up The Bracket” e “Death On The Stairs”. Il tutto inframezzato da altri brani del suo lavoro come ad esempio “So Long My Lover” dove l'intro pesca a piene mani nel dark cabaret dei Dresden Dolls finendo su un pop sfarzoso dove il genitore che salta all'orecchio è Neil Hannon dei Divine Comedy, ma non caso alla fiabesca, patinata e infine teatrale “The Fall” partecipa anche lui nel disco. Dopo altri brani si arriva a conclusione con “Don't Look Back Into The Sun” nel delirio che suscita al pubblico più che mai partecipe.

Carl in Italia anche da solo piace sempre, riesce a coinvolgere mescolando in dosi perfette le canzoni della sua carriera musicale e in quest'ultimo suo lavoro ha rivelato la sua anima più che mai elegantemente romantica.
Però solo uniti sullo stesso palco Pete e Carl possono rendere al massimo, ognuno croce e delizia dell'altro ed assieme con Gary e John potersi chiamare The Libertines e anche su questo c’è poco da discutere, anzi nulla.

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10 novembre 2010