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Amore in variazione graduale – Quarta puntata

Quanta città che c’è di notte. Quanta luce che diventa importante, trattini di sogni inespressi che brulicano frizzanti. Siamo più semplici ad attraversare strade vuote. C’è più attesa alla luce di un lampione, più rispetto verso il prossimo rumore. La città che scorre rapida dall’asfalto è vita che si dimentica per un attimo di avere appuntamenti. E io mi stavo per un attimo dimenticando del mio appuntamento, quasi assopito nel retro di un taxi che mi stava portando in ospedale.

Quando cerchi qualcuno devi poi aver voglia di cercarlo anche dopo averlo trovato. Non è vero che basta il percorso, queste cose valgono solo a tre metri da questo mondo. Conta invece trovare un inizio e arrivare alla fine. Possibilmente leggermente diverso. Pieni e vuoti che si bilanciano. Un po’ prendi e un po’ dai. Non siamo infiniti e da qualche parte dobbiamo per forza lasciare qualcosa. Così come da qualche parte, prima o poi, si prenderà qualcosa.

Dovevo arrivare alla fine. Dovevo aspettare l’alba, guardare il cielo schiarirsi ed esprimere il mio desiderio finale. Si fa così quando si guarda il miracolo della natura che si realizza ogni giorno. Anche quando siamo distratti.
Per sapere se lei sarebbe stata con me dovevo solo trovare un desiderio e arrivare in tempo per esprimerlo.
Siamo, alla fine, tutti romantici.
Siamo, alla fine, tutti un po’ come questo pazzo che guida un taxi inglese in pigiama nel pieno centro di una delle più grandi città italiane. E senza nessuna scritta promozionale sulla fiancata.

“Come va?”
“Male, soprattutto la spalla.”
“Scusa, sei sbucato all’improvviso, ho provato a frenare, ma non c’è l’ho fatta.”
“Va be non importa, senti lasciami pure qui, davvero, non ho bisogno di andare in ospedale”.
“Mi sento più tranquillo se ti vede un dottore, e poi non ho niente da fare”.

Non sapevo cosa mi spaventava di più, se il taxi inglese, il pigiama o quest’ultima frase. Erano comunque le due di notte. Qualcosa da fare bisognava per forza avercelo. Ma la notte era limpida e nella frenesia della ricerca non mi ero ancora fermato un momento, era stato tutto un succedersi schizofrenico di facce, amici, nemici, baci, parole, lacrime, canzoni, risate, sogni, rimpianti, indecisioni; un cocktail che mi stava portando in overdose. Il rumore di ferraglia antica, di frizione controllata quando ancora il discorso del re non era stato scritto e la continua vibrazione mi stavano ipnotizzando. Mi rilassai e decisi di guardare solo fuori. Solo guardare. Una piccola cura per i pensieri.

“Stavi tornando a casa?”
Eravamo fermi al semaforo, e la sua voce sembrava arrivare da un posto lontanissimo. La botta di sicuro non mi aveva aiutato a digerire tutto l’alcool.
E se fosse tutto un sogno?
“No, stavo cercando una persona.”
“Che bello.”
Mi girai verso di lui per capire cosa stava guardando.
“Che bello cosa?”
“Cercare qualcuno.”
“Già.”
Non ero così convinto, ritornai a guardare fuori e il semaforo divenne verde.

“Chi stavi cercando?”
“Sai che non lo so, una ragazza incontrata per caso che mi ha baciato”.
“Bello.”

Ci stavamo allontanando sempre di più dal centro, gli ospedali hanno questo difetto. Oltre a tutto il resto.
Stava salendo come una sorta di paura, per la prima volta mi accorsi che davvero potevo non trovarla. Soprattutto adesso che stavo andando sempre più lontano da qualsiasi locale. La notte stava andando avanti e non era detto che lei l’avrebbe vissuta tutta. Poteva sempre andare a dormire un po’ prima.
E allora lì sarebbe stata davvero dura trovarla.
Potevo inventarmi un sondaggio e suonare a tutte le porte fino a trovare la sua.
Potevo anche continuare a cercare tutte le sere, stare più attento durante la giornata a chi incontravo.
Potevo anche trovarla con un altro.
Potevo non essere il suo unico bacio della serata.
Potevo smetterla con i pensieri e rispondere alla domanda che mi era stata appena fatta.

“Cosa fai nella vita?”
“Studio”
“Bello.”

Avrei voluto trovare qualcosa da chiedergli. Avrei voluto sapere del taxi. Ma sono contento che Cenerentola non abbia mai chiesto della sua carrozza.
Ci abituano alla fantasia che poi quando succede non la distingui più.
Stavo cercando piano piano di capire come prendere quella notte.
Sapevo che non sarebbe più successa e volevo, dato che stava succedendo che fosse un po’ più incredibile.

“E’ una bella serata.”
Non era una domanda. O forse si?
“Si.”
“Bello. Eri da solo?”
“No, ero in giro con degli amici.”
“E cosa avete fatto?”
“Niente di speciale, siamo stati in giro, come tutte le sere.”
“Bello.”

Di nuovo rosso. La tangenziale era vicina e le macchine in coda erano molte di più che all’altro semaforo. Per un attimo fui tentato di girarmi e guardare se lei poteva essere in una di quelle auto, ma mi sembrava davvero eccessivo. Un conto è una ricerca, un conto un’ossessione.

“E’ bello. E’ bello stare in giro, avere qualcosa da ascoltare e qualcosa da raccontare. Gli amici. Una ragazza misteriosa. Sapere che domani il tuo lavoro è quello di imparare. E’ bello. Se te ne accorgi in tempo. Poi dopo l’amaro diventa proprio solo amaro. Il conto in banca solo il conto in banca, non i guadagni di una passione. L’amarezza che ti tieni addosso, la paura, la rabbia non svaniscono più vai avanti, diventano paura, rabbia e amarezza. Ma lo diventano per davvero. Se hai una possibilità di dire “che bello”, allora dillo. Cerca la tua ragazza, stai in giro più che puoi. Studia. Vivi. Fa tutto parte di quello che ognuno si meriterebbe di avere.”

Fu allora che mi girai istintivamente: una macchina blu di fianco alla nostra.
Feci in tempo ad uscire che il verde era scattato e tutte le macchine erano schizzate via, anche il mio taxi.
Anche quella macchina nera.
Con lei sopra.
Periferia.
Le tre del mattino.
Una macchina che probabilmente stava uscendo dalla città.
Ripensavo al volto del mio taxista, ma non riuscivo a metterlo a fuoco.
Stavo cercando di dirmi, nonostante tutto, “che bello”.

“Vuoi venire con me?”
Anche a questa domanda bisognava dare una risposta.