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Untitled Unmastered – Kendrick Lamar

«Serving it like I belong in the basement
Or live at the Days Inn
Yan Yan my relative, black cherry soda
Pistol and poverty, come get to know us»

[Untitled 02 L 06.23.2014. – Kendrick Lamar]

L'arte cosiddetta astratta è stata la prima, salve qualche raro caso (comunque maggiormente ascrivibile alla mancanza di documentazione in tal senso piuttosto che a precise scelte del dato artista) a fare a meno, per le proprie opere, dei titoli. Infatti i titoli, sia che siano dati dallo stesso artista, dal committente oppure da un critico d'arte sono sempre imposizioni, più o meno arbitrarie, sul “senso” da dare a quell'opera. L'arte astratta ne poteva (e ne può) fare benissimo a meno perché è una tipologia di arte biologicamente libera e senza schemi. Allo stesso modo questa ansia di libertà traspare, anzi erompe dall'ultimo lavoro di Kendrick Lamar, intitolato (ma utilizzare questo termine è un paradosso) Untitled Unmastered.

Arrivato dopo il successo interplanetario di “To Pimp a Butterfly” questo disco ci conferma almeno tre cose sul rapper di Compton:

1. Se mai qualcuno stilerà un atlante della musica degli anni dieci del Terzo Millennio il nome di Kendrick Lamar sarà stampato, a lettere dorate, come uno dei massimi artisti in senso lato, al di là delle gabbie e gabbiette di genere.

2. La successione logica disco-promozione-tour-riposo-scrittura dei pezzi-registrazione-album e così di seguito è, ormai, del tutto da abbandonarsi. Siamo molto più vicini all'epoca, anche e soprattutto in ambito artistico/musicale, del flusso di coscienza che non si spezza mai e poi mai.

3. Lamar porta la denuncia del razzismo ancora perdurante negli Stati Uniti ad una forma di poesia contemporanea che durerà negli anni. Siamo sicuri che, nonostante il rapper abbia già varcato la Casa Bianca, la sua carica rivoluzionaria e nichilista non si esaurirà presto.

Quindi, per tutta questa serie di motivi e anche per altri, “Untitled Unmastered” è un'altra bomba a mano che il nostro Kendrick Lamar lancia proprio nel bel mezzo del music business. Ne viene fuori una serie di liriche, tutte accumunate dalla mancanza di titolo, dove su tappeti musicali così belli da ascoltarli con gli occhi chiusi e in atteggiamento di contrita reverenza, si sciorinano le liriche di Lamar: e sono coltelli lanciati in aria, una sorta di Foresta dei pugnali volanti senza bisogno di effetti speciali di sapore un po' troppo orientale. La terza traccia, Untitled 03 L 05.28.2013 si presenta pettinatissima, con una ritmica trascinante e coinvolgente e con dei testi che, sebbene ad una prima lettura possano apparire un po' leggerini, sono in realtà carichi di significati profondi: “That's what the black man said, I needed to push me/ To the limit to satisfy my hunger/ We do it all for a woman from hair cut to a wool/ We like to live in the jungle, like to play in the peach/ What you saying to me?/ He said “nigga, come back to reality for a week”/ Pussy is power, fuck on a new bitch every night”.

Dimenticatevi il machismo a tutti i costi, il bling-bling mostrato quasi con ridicolo orgoglio e le tinte da finto profeta di un popolo: Kendrick Lamar è un arista, maturo, fatto e finito che cita la Bibbia, non dimentica la strada ed alza anche gli occhi anche al cielo. No, lui non ha ancora concluso la sua parabola su questa terra di artisti, faccendieri e facce tristi. Per questo Lamar non va ingabbiato ma lasciato libero di vagare nello spazio: un segno zodiacale doppio, proprio come Gemini che tutto governa.

«These metamorphic supernatural forces dominate what I see
A Gemini, duality personalities always conflict in me»