PSB1481570120PS584ef7488706d

Il funerale della merdra

Picciotti e Valle paventano la morte di Ubu

Non è passato neanche un anno da quando su queste pagine, a proposito dell Ubu Roi di Latini, ci chiedevamo «cosa ne sarebbe di noi se Padre Ubu fosse morto», che ecco imbatterci in un nuovo Ubu che, caso curioso, inizia proprio con il funerale del suo protagonista.

Siamo al Teatro Studio Uno di Torpignattara. In scena Ubu Me di Divisoperzero, con pupazzi, stoffe e burattini. Già, proprio come se lo immaginò nel 1888 il quindicenne Alfred Jarry. Perché il primo degli Ubu, difatti, fu proprio una pupazzata scolaresca. Ripassiamone al volo i fondamentali.

Rielaborazione farsesca del MacBeth, Ubu Re è la storia del crapulone e picchiatello Padre Ubu che, pungolato dalla moglie Madre Ubu (e si noti che entrambi hanno nomi da genitori ma sono senza figli), uccide il suo sovrano, diventa Re di Polonia, ma poi si mangia tutte le nuove ricchezze; mentre dissangua di tasse e massacra il popolo per soddisfare la sua avidità, il suo ex capitano cospiratore e il figlio del defunto sovrano, rifugiatisi in terra di Russia, si coalizzano e avanzano con l’esercito dello zar mettendo alla fuga padre Ubu e la sua consorte.

Dunque. Il fatto interessante è che per quanto fortunato e divertente, l’Ubu fuori dal mondo teatrale e letterario – non si è mai affermato davvero nell’immaginario collettivo. Francesca Villa e Francesco Piccioti ne sono ben consapevoli, forse più che consapevoli, “preoccupati” diremmo, e questo timore segnerà il vero limite della loro rilettura. Ma andiamo per gradi.


Alfred Jarry Programma-manifesto del Théâtre de l’Œuvre per ‘Ubu roi’ (La Critique, n. 30, 20 décembre 1896)

Sulla scena il colore dominante è il bianco cotone. Ai lati due pannelli di tela, al centro una collinotta: prima, piccolo palcoscenico dei burattini; poi, una volta ucciso il re, enorme pancione dell’autoincoronato Padre Ubu; infine, grotta segreta in cui i due coniugi fuggiaschi si rincontreranno.

Tutto è giocato intelligentemente attorno alla gola insaziabile di Padre Ubu: lo vediamo mangiare e masticare in continuazione, è la sola cosa che gli interessi. Ma – e questo è il dato veramente brillante – ciò che sbocconcella tutto il tempo in realtà è ovatta: l’ovatta di cui sono imbottiti tutti i pupazzi. Non solo. Perché l’ovatta la mordicchia via da quella stessa collinotta su cui, in principio, è stata eretta la croce della sua tomba e che, in seguito, diventerà il suo grosso ventre. Insomma, egli non fa che divorare sé stesso.

Dicevamo infatti che Ubu Me comincia con il funerale di Padre Ubu. È lo stesso Picciotti, fuori dal boccascena, a celebrarne il requiem. Ed è qui che si intrecciano e si sciolgono tutti i fili di questa messa in scena. Niente sermoni nostalgici, nessuna patetica commemorazione, no: «Ubu era uno schifoso.» Proprio così. Ma forse non era l’unico. Forse non era l’ultimo. «Tutti quanti siamo figli suoi». Come a dire, tutti quanti, in fondo, facciamo – anche – un po’ schifo.  Guai a dimenticarcene.

Ubu dunque si nutre di quella stessa “merdra” di cui egli è fatto, ma di cui anche gli altri personaggi sono fatti, di cui anche noi siamo fatti. E celebrare il funerale di Padre Ubu è un’ operazione – ironica – serissima che dietro la pupazzata ci lancia un monito importante: non rinnegate la merdra di cui siete fatti, ovverosia coltivate quel brutto, quello storto, quel buffo, quel goffo, quello spiritastro cattivello che pur abita in voi. Insomma, non cedete al perbenismo, all’ipocrisia, alla falsità, alla cosiddetta “political correctness”. Perché fanno solo danni. E ultimamente ne abbiamo avuto la dimostrazione.

Per questo, in conclusione, ci sembra un peccato che Villa e Picciotti si siano fatti così scrupoli ad affermare la loro rilettura, finendo per mitigare la felice follia di Jarry o addirittura per spiegarla, arrivando a riassumere esplicitamente – a tre quarti dello spettacolo – ciò che era successo.

Certo, il pubblico può non capire, ma anche rimanere disorientati fa bene. E in questo caso più che mai.

Viva la merdra!

Lunga vita a Padre Ubu!

Insomma, mai temere di avere coraggio.

Ascolto consigliato

Teatro Studio Uno, Roma – 3 dicembre 2016