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Trevisan, un cantautore: «Racconto la vita racconto l’amore»

Paper Street intervista Matteo Trevisan

«Ma mi si nota di più se esco o non esco?». Un po’ da qui, un po’ da questa celeberrima battuta di Nanni Moretti, parte Questa sera non esco, l’album d’esordio di Trevisan, uscito per Fumaiolo Records e Wild Honey Records. Una bella voce che racconta storie tristi, toni bassi per personaggi più o meno alati, istanti di vita vissuta, micro-narrazioni che si fondono in un narrato più alto, l’esistenza di un essere umano, colto in questa precisa cuna temporale. Già dalla prima canzone – Il mio disco nuovo – si assiste a questo continuo dialogo tra esterno ed interno, tra vita fuori e vita dentro, tra lo stare fra la gente e il dialogare con i propri pensieri: la tua ex sta per avere un figlio, forse si sposa pure però è comunque bello rivederla, perché, come spesso accade, anche i più strambi accadimenti nella vita sono utili, “le danno sugo”, la rendono elettrica. E si continua così, in un album dicevamo denso, con testi semplici, nei quali sono utilizzate parole colloquiale ma alle quali sono dati significati possenti. Per saperne di più, e delle tante donne che costellano il disco e delle tante influenze racchiuse nelle nove canzoni, abbiamo raggiunto al telefono Matteo Trevisan. Qui di seguito il testo dell’intervista.

Alla fine hai risolto il conflitto? Voglio dire “esci la sera” oppure stai ancora a casa a scrivere canzoni?

Confermo assolutamente! Io esco la sera, anche perché, suonando in giro e dovendo portare dietro le canzoni del mio nuovo album, non è che posso starmene rintanato in casa! (risate, ndr)

Il tuo disco è pieno di amore, amore finito, amore appena iniziato ma, più in generale, è ricolmo di elemento femminile: le donne sono il grande protagonista? Il fine primo e ultimo di tutto il nostro sbatterci?

La componente “amore”, quindi canzoni che parlano di donne, di storie finite, di storie iniziate, di storie forse neppure mai tanto nate. Diciamo però che in questo album c’è anche altro, c’è anche tanto di vita vera, di vita normale, quindi di lavoro e semplicità quotidiana. Se ti dovessi dare un tema, un argomento principale, per me non sarebbe facile rispondere, anzi impossibile. Ci sono tanti strati che si sono sedimenti qui. Poi ognuno di noi ha il suo concetto di amore e per me è venuto molto naturale, quando mi sono metaforicamente seduto per scrivere queste canzoni, scrivere d’amore ma, ovviamente, a mio modo. È stato un processo non forzato ma davvero nato dalla mia indole personale.

In Giuliana canti che la notte lavori, che canti le canzoni di tuo padre… quali sono queste canzoni della tradizione paterna?

Beh guarda io ho avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tanta musica e, come è logico che sia, le canzoni che hai ascoltato da bambino finiscono per influenzarti tutta la vita. Mio padre ascoltava Bob Dylan, Neil Young, Simon and Garnfunkel, i cantautori, De Gregori e Vasco, insomma mi rendo conto che non sono ascolti, diciamo così, normali, specialmente nel proprio parere. Non stava dalla parte di Claudio Villa ecco, si ascoltava altro a casa… e meno male!

Questa sera non esco, la title-track, è un blues abbastanza particolare, perché realizzato, almeno questa è l’impressione, in modo da spingere l’ascoltatore a dondolare la testa, a lasciarsi andare, a mollare gli ormeggi…è così o non ci abbiamo minimamente preso?

Questa canzone ha avuto una gestazione molto lunga e travagliata. È nata in una versione molto più folk, con la chitarra acustica e più con la patina da ballata, con le classiche terzine. Quest’idea era frutto del mio essere one-man-band, di andare in giro da solo a portare la mia musica. Poi quando ho potuto produrre questo album e registrarlo, dovendomi rapportare con dei musicisti, alcune cose sono cambiate, determinate dinamiche sono mutate. Frutto di questi cambiamenti è stata anche questa canzone che, passando dalla chitarra acustica a quella elettrica, non poteva più essere folk, non amando le cose troppo pompose. Allora, un po’ casualmente, siamo andati a togliere, a far suonare i silenzi, cosa secondo me fondamentale nella musica.

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Facciamo un passo indietro: nel 2011 hai scelto di scrivere e cantare in italiano. Per quale motivo hai preso questa decisione?

Il mio primo ep era fatto di canzoni in inglese. Poi ad un certo punto mi sono sentito che era ora di scrivere in italiano. Mi rendo conto che l’inglese suoni, per certi aspetti meglio, specie se si fa della musica latamente intesa come rock, però avverto sempre un certo filtro, tra le parole, il significato di esse e la possibilità di trasmetterle ad altri. Con l’italiano questo non succede. Anche se in Italia ci sono tante band formidabili che scrivono e cantano in inglese, io percepisco sempre questa distanza. Ecco preferisco essere più diretto, ma è un mio gusto strettamente personale. Trovo che l’inglese per un non-anglofono sia come un filtro su Instagram: è bello ma non veritiero.

Francamente ci siamo tutti stupiti in redazione con l’ultima canzone, l’unica cover, ovvero la tua, personalissima, rivisitazione di Olympia WA dei Rancid. Che c’azzeccano, con il tuo immaginario, i Rancid? Com’è andata con questa cover?

Beh ma sono assolutamente parte del mio immaginario! I Rancid hanno scritto molte canzoni per amore e sofferto personalmente, a livello proprio di cantanti, per questo strano sentimento. Una volta ho provato a fare questa canzone, che parla di due vecchi amici delusi per amore che tentano di consolarsi, e mi è piaciuta come era uscita: allora l’ho riproposta anche su album. L’ispirazione mi era venuta vedendo un video su Youtube, di una ragazza che faceva questa canzone al pianoforte. Io ci ho messo il fingerpicking e il gioco, più o meno, era fatto!

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