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Il peso della memoria

Il lungo week end dei Teatri di Bari con ‘Farfalle’ e ‘Il naufragio’

Esistono storie spesso ignorate, accantonate o finite nel dimenticatoio. Foto ingiallite e danneggiate – di persone ed eventi – riposte, o meglio, abbandonate nei cassetti di un comodino che si apre sempre più di rado. Nel nostro periodo storico, in cui la memoria sembra essere diventata sempre più labile, appare quanto mai necessario riaprire tali cassetti per ricordare lotte o avvenimenti di un passato che si ripercuote nel nostro presente.

In tal senso, il Teatro riesce a trascendere l’ordinaria commemorazione per coinvolgere il pubblico in un viaggio volto a percorrere quasi in prima persona – attraverso l’immedesimazione dei personaggi in scena – alcune significative tappe della Storia. Proprio a due capitoli del nostro recente passato i Teatri di Bari dedicano un lungo weekend della memoria ospitando due spettacoli molto differenti tra loro: Farfalle di Ilaria Cangialosi (Animalenta) e Katër i Radës. Il naufragio di Salvatore Tramacere (Cantieri Teatrali Koreja).

La prima storia vede protagoniste le “Mariposas” Mirabal, sorelle dominicane che a metà del secolo scorso si opposero alla sanguinosa dittatura di Rafael Leónidas Trujillo, pagando le conseguenze della dissidenza con la propria vita. Il loro assassinio, avvenuto il 25 novembre 1960, oltre a rappresentare l’inizio della fine per il dittatore e il suo governo, verrà commemorato con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne dichiarata dall’Assemblea delle Nazioni Unite.

Quando si parla del Sudamerica, siamo abituati a ricordare prevalentemente ed erroneamente condottieri e rivoluzionari di sesso maschile. Farfalle, invece, riesce ad andare oltre il luogo comune con uno spettacolo condotto totalmente da donne e in cui le figure maschili sono vissute sul corpo e la mente delle protagoniste mediante l’evocazione dei loro tratti più deplorevoli.

In una scena delineata dalle luci di Vincent Longuemare, Dedé Mirabal (Ilaria Cangialosi), unica superstite delle quattro sorelle, racconta con il suo accento italo-ispanico la storia delle Mariposas. Basta una telefonata, un ricordo, o una vecchia foto ed ecco apparire le sue tre sorelle (Sara Bevilacqua, Arianna Gambaccini, Angela Iurilli) che, vestite con abiti dell’epoca (Micaela Colella), ripercorrono la propria esistenza, dall’adolescenza (quasi) spensierata al sacrificio in nome di una libertà costantemente rivendicata e mai realmente ottenuta.

Uno spettacolo sulla perseveranza e tenacia che ci fa riflettere, abituati come siamo a rimanere adagiati sui diritti conquistati, su come essi siano stati ottenuti e a quale prezzo. Cambiare il corso della Storia non è mai semplice, così come non lo è accostarsi a persone che sono riuscite a compiere tali imprese e restituirne l’essenza. E se proprio quest’ultima è percepita durante la messinscena gran parte del merito è da attribuire all’affiatamento delle quattro protagoniste, sempre coese e bilanciate, anche nei rari momenti in cui la drammaturgia sembra essere meno efficace.

Se in Farfalle ci troviamo alle prese con una rappresentazione “canonica”, con la figura di narratrice che, sia pur ben congeniata, è spesso abusata in queste operazioni teatrali; con Katër i Radës. Il naufragio c’è invece un’immersione totale nell’opera. La disposizione del pubblico sui due lati del palcoscenico è, infatti, indicativa di una volontà di coinvolgimento che supera l’ordinario e porta gli spettatori a scrutare da vicino i volti dei protagonisti, a compatire la loro sofferenza e a lasciarsi sballottare su quella nave carica di speranze bruciate.

Tratto dall’omonimo libro Alessandro Leogrande, il soggetto dello spettacolo è l’affondamento, nel Canale d’Otranto, della Katër i Radës – motovedetta carica di centoventi profughi in fuga dall’Albania – in seguito allo speronamento della corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana. Una ricerca della libertà naufragata tra le onde di un mare che non fa sconti nemmeno per i ragazzi e bambini presenti nell’imbarcazione. Trentuno persone delle oltre ottanta che persero la vita, infatti, avevano meno di sedici anni. Sono dati impietosi di una tragedia avvenuta solo venti anni fa e ormai quasi totalmente dimenticata.

Realizzato da Koreja in co-produzione con la Biennale di Venezia, Il naufragio si basa su una drammaturgia musicale (compositore Admir Shkurtaj, libretto dello stesso Leogrande) intensa e incalzante. Suoni variegati, parole, acuti, canti popolari albanesi si alternato in un concerto babelico orchestrato da Pasquale Corrado e portato in scena su una pedana mobile in balia del mare dai numerosi interpreti presenti in scena.  Un disperato vortice sonoro e visivo che si fa percorso esistenziale in cui sommersi e salvati intrecciano gesti, suoni e parole per rivendicare una dignità spesso negata e rincorrere un’illusione spezzata dall’ennesimo, incomprensibile e scellerato atto della natura umana.

Due spettacoli formalmente agli antipodi ma che, pur narrando vite caratterizzate da tragici epiloghi, si collegano tra loro per il coraggio e l’ostinata determinazione dei rispettivi personaggi nel ricercare un mondo, se non migliore, quantomeno dignitoso. Vicende passate ma ancora profondamente radicate nel nostro presente; e in un periodo in cui la storia si studia e apprende sempre meno, necessitano quanto mai di essere raccontate.

Ascolto consigliato

Teatro Abeliano, Bari – 25 novembre 2016
Teatro Kismet, Bari – 26 novembre 2016

In apertura: Foto ©Ambra Abbaticola || ©Tea Primiterra

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