Trasparenze VI

Trasparenze: eppur ci sono…

Marginalità, evasioni e inclusioni alla sesta edizione del festival modenese

Modena. Casa Circondariale. Ammantato dal buio della sala teatro, si scorge il corpo minuto di Chiara Guidi, e con lei le sue movenze decise ed eleganti; al suo fianco il violoncellista Francesco Guerri mentre, alle sue spalle, siede in impassibile silenzio un gruppo di detenuti del carcere cittadino. Forti e chiare arrivano subito, invece, le note di violoncello e la voce ipnotica della cofondatrice della storica Socìetas Raffaello Sanzio alle prese con il primo canto della Divina Commedia. «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Appunto. In fondo qui siamo. In un luogo di smarrimento.

Sempre Modena. Teatro dei Segni. Luigi Morra, pancia in bella vista e piglio aggraziato di un camionista alle prese con il suo ultimo carico giornaliero, scruta il pubblico. Accanto a lui ci sono Pasquale Passaretti con la sua aria perennemente infastidita, e l’imperturbabile Eduardo Ricciardelli, portatore sano di angurie. Non si capisce bene quale piega prenderà lo spettacolo, nel frattempo, però, Morra attiva a oltranza con i suoi raffinati zoccoli il pedale della loop station che inonda l’atmosfera di parole biascicate. «O sa’ che facimm? Jamm, bussamm a’ cas, iss scienn, facimm sali’ ind a’ macchina, u purtamm ind a’ terr e BUNGHETE BANGHETE, BUNGHETE BANGHETE…». Non sappiamo ancora dove siamo. E nemmeno in quale direzione stiamo andando.

Due spettacoli agli antipodi, si direbbe. Il primo – Esercizi per voce e violoncello sulla Divina Commedia di Dante – è l’esito di un lavoro sulla Commedia dantesca incentrato su musica, musicalità e gesto condotto da Chiara Guidi con alcuni detenuti della Casa Circondariale Sant’Anna; il secondo – TVATT (acronimo di Teorie Violente Aprioristiche Temporali e Territoriali, o più semplicemente “ti meno”/“ti batto”) – è uno spettacolo sulla violenza, genuina e non, dei campani Etérnit/Teatraltro liberamente ispirato a East e West del britannico Steven Berkoff.

Ora. Accade non di rado di assistere, all’interno dei festival sparsi per la nostra penisola, a spettacoli differenti per forma e contenuto; tasselli che vanno a comporre una vetrina spesso e volentieri eterogenea. Ma con Trasparenze, “festival sociale d’arte” ideato e organizzato da Teatro dei Venti (direzione artistica Stefano Tè), la musica non può essere la stessa. Proprio lo scorso anno avevamo lodato, infatti, l’inclinazione di questo festival verso la costruzione di un dialogo fattivo, fecondo e continuativo con la comunità e con gli stessi spettacoli ospitati. C’è stata un’inversione di tendenza, quindi? Facciamo un rapido tour per comprenderlo meglio.

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Konsultacorner. Foto ©Chiara Ferrin

Rimaniamo nella Casa Circondariale, dove LeVieDelFool hanno portato in scena Reqiuem for Pinocchio, una variazione, o meglio, un capovolgimento teatrale del romanzo per bambini di Collodi. Qui il burattino, ormai divenuto uomo (Simone Perinelli), si prodiga in un serrato faccia a faccia con il suo passato, continuamente evocato e rimpianto, e con il presente da cui cerca una via di fuga.

Ride Pinocchio, si prende gioco di sé e della vita che non ha scelto; corre, salta la corda, effettua esercizi alla sbarra: il suo corpo è vitale, un autentico fiume in piena, mentre la sua voce dice altro. Faro puntato addosso, l’ormai ex burattino è inquisitore e inquisito, vittima di un lieto fine che lo costringe, nel mezzo del cammin della sua vita, a ritrovarsi «a dover lavorare per campare, e la via della felicità s’è smarrita». Allora, forse, meglio tornare a essere fatto di legno, meglio sentirsi libero nella propria diversità piuttosto che essere vincolato dall’omologazione, meglio qualche marachella e ingenua bugia piuttosto che trovarsi a dover mentire a sé stesso e alla vita.

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LeVieDelFool Requiem for Pinocchio. Foto ©Guido Mencari

Uomo fatto e “finito“, dunque, questo Pinocchio ha compreso l’ormai algido e arido gioco della vita e non ci sta più, vuole fare un passo indietro, ricucire lo strappo, uscire dalle convenzioni, riscoprire una fragilità vitale, quasi salvifica, che ha senso di esistere solo se inglobata in un contesto più ampio, composto di mille tonalità e sfumature, in cui i vari intrecci e le più disparate relazioni riescono a rendere meno insipida la realtà.

Questo contesto festivaliero gli calza a pennello. Riscoprire il tessuto sociale in tutta la sua splendida difformità, unire, creare dialoghi impossibili, almeno di primo acchito; Trasparenze si conferma, infatti, fonte inesauribile di aperture e confronti, grazie agli spettacoli e agli esiti dei laboratori che arricchiscono un programma fittissimo, con appuntamenti che dal mattino alla sera popolano parte del centro e della semiperiferia cittadina.

Una riscoperta/destrutturazione culturale e antropologica che, nella nostra due-giorni, parte proprio da uno dei concetti più familiari e ordinari: quello della casa. Si chiama proprio HO(ME)_project, infatti, l’esito del workshop curato da Giselda Ranieri, Anna Serlenga e Rabii Brahim che, con gli abitanti del quartiere, hanno abitato alcuni spazi dell’Area Festival (Via San Giovanni Bosco). Tra letti e poltrone sparsi tra i giardinetti, porte aperte su vicoli e sale da pranzo all’aria aperta, la casa viene svuotata da ogni sua immobilità fisica per divenire pura idea concettuale in cui sono proprio le relazioni a sostenerne le mura fittizie.

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Giselda Ranieri – ALDES/Collectif Corps Citoyen HO(ME)_project. Foto ©Chiara Ferrin

Relazioni che si infittiscono, avvicendano, allontanano per poi ricongiungersi in Poem of you, whoever you are – azione per Wonder(L)and, altro esito di laboratorio questa volta condotto da Simona Bertozzi con i richiedenti asilo del gruppo Marewa. Siamo in Piazza Matteotti, nel cuore della città di Modena, tra il tram-tram quotidiano che continua il suo corso qualche curioso si ferma alcuni istanti per assistere alla performance: la casa di Trasparenze si allarga, si dona continuamente allo scambio. Qui i danzatori – uomini e donne –, piedi nudi sulla pietra, hanno consumato una danza fatta di gesti vigorosi e precisi, delicati e minimali. Una coreografia che con naturalezza, semplicità ed eleganza ha condotto i corpi verso l’abbandono, la disgregazione e la successiva unione. Una danza che tornerà, sempre a Modena (Piazza Roma), tra due giorni; segno di una continuità feconda che non si esaurisce solo nel “contenitore” festival.

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Simona Bertozzi Poem of you, whoever you are – azione per Wonder(L)and. Foto ©Chiara Ferrin

È apparso più artificioso, invece, Blink di Compagnia STALKer_Daniele Albanese, esito del laboratorio con il Gruppo Albatro – Teatro e Salute Mentale. Tra le mura di Čajka Teatro, questo studio sul movimento prende ha preso forma attraverso una serie di comandi su base ritmica che Albanese ha impartito ai pazienti/attori mostrando, forse, troppo nettamente l’alterità della situazione. Il dialogo qui pare interrompersi per divenire quasi unidirezionale nonostante la genuinità delle intenzioni.

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Compagnia STALKer_Daniele Albanese Blink. Foto ©Chiara Ferrin

Proprio non sono riusciti a rimanere rinchiusi in schemi e convenzione i protagonisti di Pastéla! La memoria del cibo, confronto storico/culinario tra Teatro delle Ariette e gli ospiti della Casa Protetta San Giovanni Bosco. Quattro tavoli, ciascuno con un compito ben preciso, popolati dalle mani sapienti e, talvolta, dalle lingue lunghe di questi affabili anziani intenti a preparare pasta fatta in casa.

Mentre sono all’opera, Stefano Pasquini e Paola Berselli, microfono alla mano, passano tra i tavoli addentrandosi nella piccola grande storia di vite che, oggi, paiono distanti anni luce. Una sorta di evasione dal presente ricorrendo a un passato che fa romanticamente e spassosamente emergere nomi d’altri tempi, mestieri trapassati e aneddoti di vita vissuta di un mondo che ormai si può solo raccontare.

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Teatro delle Ariette Pastéla! La memoria del cibo. Foto ©Chiara Ferrin

Evasione che è anche il tema portante del Progetto Cantieri, una vera e propria residenza teatrale che ha messo al centro il processo di costruzione prima ancora dello spettacolo “finito”. Curato dal professore Gerardo Guccini e dal critico Giulio Sonno, il progetto ha “concesso” a tre compagnie under35 selezionate da Konsulta e direzione artistica – bologninicosta, Cantiere Artaud e Generazione Disagio – di confrontarsi, lavorare assieme, condividere e prestarsi a occhi attenti per cinque giorni, al fine non tanto di creare tre brevi esiti (uno per ogni compagnia) quanto di “vivere” la residenza mettendosi costantemente in gioco. Il risultato è da stropicciarsi gli occhi – al di là dei prodotti finali in sé (dei tre solo quello di Generazione Disagio ha offerto acuti degni di nota) – per le modalità che hanno accompagnato la fase creativa, finalmente scevra da imposizioni ferree, in cui c’è stata la possibilità di operare in libertà, staccarsi dalla routine, facilitando il dialogo e non la competizione, condizione spesso impensabile di questi tempi.

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Progetto Cantieri. Foto ©Chiara Ferrin

Evadere, inglobare, favorire un dialogo costruttivo con l’altro, anche inteso come alterità; ecco composto anche quest’anno il filo rosso che a inizio articolo avevamo messo in dubbio. Trasparenze conferma di avere le idee chiare, anche se manca ancora qualcosa. Torniamo ai primi due spettacoli parzialmente descritti. Avevamo lasciato Chiara Guidi alle prese con il primo canto dell’Inferno dantesco, cui seguirà il quinto fino ad approdare al Purgatorio (V canto) in cui chiama in causa finalmente i detenuti, fino ad allora rimasti seduti e di lì inglobati in un processo musicale e gestuale che azzera le distanze. Dal fronte Etérnit, invece, dopo l’esilarante avvio, iniziano ad avvicendarsi i racconti di storie di ordinaria violenza narrati dai tre attori in scena, un’immersione totale nell’aggressiva e talvolta grottesca ferocia che si fa necessità, sinonimo di sopravvivenza.

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Chiara Guidi Esercizi per voce e violoncello sulla Divina Commedia di Dante. Foto ©Chiara Ferrin

Sembrano dire «ci siamo anche noi» i protagonisti dei due spettacoli sopraccitati, nonostante il limbo fisico ed esistenziale cui sono costretti, nonostante i loro pensieri siano da molti considerati perfettamente inutili, ci sono e continuano a esserci. Un atto potente, un atto identitario che li accomuna agli anziani di Pastéla!, ai richiedenti asilo di Poem of you e così via. Ma queste sono azioni situate nel mezzo di un processo che necessita un’apertura, da una parte, e soprattutto di qualcuno che li ascolti e recepisca dall’altra. Sfida ardua ma, come appurato durante la rassegna, non del tutto impossibile.

Ecco composto, dunque, il mosaico di Trasparenze, con tutti i suoi tasselli al proprio posto, rigorosamente selezionati nella loro conforme diversità. E noi ce ne torniamo a casa senza spettacoli da riporre gelosamente nel nostro cassetto della memoria ma con un festival nella sua completa interezza. Non è poco.

Ascolto consigliato:

Trasparenze Festival, Modena – 11 e 12 maggio 2018

Grazie


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