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The Bad Batch – Ana Lily Amirpour

La cineasta di origini iraniane Ana Lily Amirpour presenta il suo nuovo lavoro The Bad Batch in concorso alla 73esima Mostra d’’Arte Cinematografica di Venezia confermando quel che già dal suo precedente A Girl Walks Home Alone at Night appariva chiaro: ci troviamo di fronte a una filmmaker di indiscusso talento registico e con uno sguardo nuovo sul mondo. Una ventata d’’aria fresca che ci porta nel caldo torrido del deserto del Texas.

La giovane detenuta Arlen (Suki Waterhouse) è trasferita nel “lotto difettoso” (in inglese “bad batch”): un carcere a cielo aperto nel deserto dove non sussiste alcuno stato di diritto. Subito rapita da una comunità di cannibali, riesce a liberarsi solo dopo aver perso un braccio e una gamba. Viene ritrovata nel deserto e portata a Comfort, un villaggio dove trova cure e alloggio. Qui tutti gli abitanti sono devoti a un improbabile governatore (Keanu Reeves) che promette loro di raggiungere quel che chiama il “sogno”. Arlen azzarda una vendetta contro i cannibali uccidendo una donna e portando sua figlia a Comfort, ma il padre (Jason Momoa) è determinato a riprendersela.

La regista e sceneggiatrice confeziona un film inedito nella forma, eterogeneo, svincolato dalle convenzioni di storytelling a cui siamo abituati tramite il cinema hollywoodiano o europeo. Per inquadrarne il genere, è come se il pulp di Quentin Tarantino venisse contaminato dalla vena onirica di Danny Boyle, su una base di simbolismi. Grazie a questa diversificazione di linguaggi, si seguono così le vicende di Arlen con un interesse che si rinnova di minuto in minuto, in cerca costantemente di trovarne il nucleo contenutistico: quello che inizialmente parte come un vengeance movie sfocia lentamente in una parabola esistenziale e asettica sul potere e la condizione umana.

Il deserto americano copre implicitamente la totalità del mondo: i personaggi vagano in cerca di sopravvivenza, abbandonati completamente a se stessi da un sistema che li ha espulsi. Una volta acquisita questa presa di coscienza, i loro ruoli si plasmano: gli aguzzini sono costretti al cannibalismo per sopravvivere, mentre Arlen uccide a sangue freddo. La solitudine giustifica la devozione degli abitanti di Comfort (la gente “difettosa”) al loro guru: solo così possono sperare in una nuova vita. La figura della bambina è infine l’’ultima chiave di lettura: rappresenta il motivo per cui ogni personaggio lotta, nonché il futuro dell’’umanità in un mondo stremato.

Un film ambizioso nei suoi obiettivi, che forse non raggiunge completamente per via dello sguardo trasversale e a volte ermetico della Amirpour, ma che porta nuova linfa all’’estetica cinematografica postmoderna.