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TFF 36 – Il cinema sotto la mole #1

Al via venerdì 23 novembre la 36esima edizione del Torino Film Festival, dedicata alla memoria di Rita Hayworth, in occasione del centenario dalla nascita dell’indimenticabile diva. Come sempre il programma è molto stuzzicante e in questi giorni cercheremo di raccontare il festival in tutta la sua varietà.

His Master’s Voice di Gyorgy Pàlfy – (Festa Mobile/Torino Film Lab)

Gyorgy Pàlfy è uno dei primi autori che creano interesse, se non altro per i precedenti, come ad esempio quella bellissima dichiarazione d’amore al cinema che era Final Cut, presentato a Torino nel 2012. In questo caso sceglie di raccontare le vicende di un uomo che va alla ricerca del padre, il quale aveva abbandonato la famiglia nell’Ungheria comunista del 1980 per trasferirsi negli Stati Uniti e continuare a lavorare su di un misterioso progetto. Pàlfy mescola il reale con l’onirico, la fantascienza con il dramma personale, il tutto sostenuto da un sapiente utilizzo della colonna sonora e senza dimenticarsi un po’ di citazionismo cinefilo. È un film che mette tanta carne al fuoco, dallo sviluppo narrativo non di certo fluido e scorrevole, ma non si può negare di trovarsi di fronte a un’opera interessante e coinvolgente, seppur con qualche difetto che si perdona guardandola nella sua complessità.

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Bulli e pupe – Storia sentimentale degli anni ’50 di Steve Della Casa e Chiara Ronchini – (Festa mobile)

Festa Mobile, in tutta la sua varietà, propone anche opere dal valore storiografico. Parliamo di Bulli e Pupe di Steve Della Casa e Chiara Ronchini, che attraverso le immagini d’archivio del secondo dopoguerra ricostruisce il modo in cui è cambiato il Nostro Paese negli anni ’50, quando “l’Italia si riscoprì giovane”. Le immagini che provengono dagli archivi dell’Istituto Luce, Titanus e Superottimisti si legano alla perfezione con le scene dei film e le riflessioni sul cambiamento dei più grandi intellettuali dell’epoca, come ad esempio Pasolini, Moravia o Calvino, e spesso sono arricchite da registrazioni radiofoniche di ragazzi e ragazze molto giovani, ma dalle idee lucide e chiare. Prequel ideale del precedente lavoro dedicato ai musicarelli degli anni ‘60, Nessuno mi può giudicare (Nastro d’argento al miglior documentario nel 2017), ha il grande pregio di risvegliare l’amore per il cinema del periodo e di ricordarci l’importanza di quel momento storico per il nostro Paese. (Stefano Careddu)

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Notte Horror: Maniac! 

Una serata straordinaria la ormai immancabile maratona horror che quest’anno arriva al traguardo del terzo anno. Ma per la prima volta l’evento ha anche un tema. Il filo conduttore che lega i film (due contemporanei, uno del 1960) è quella della furia omicida. Si attacca con Incident in a Ghostland, quarto lungometraggio di Pascal Laugier, autore di Martyrs (2008) che ci trasporta in una vecchia villa piena di cimeli e bambole antiche. Pauline e le due figlie adolescenti, Beth e Vera, vi si trasferiscono ma una coppia di maniaci sessuali le prende in ostaggio. Uno slasher movie pieno di jump scare, con un ritmo serrato e un twist che rende la trama ancora più intrigante. Dopo la tracotante violenza dell’autore francese si passa a Peeping Tom (1960) di Michael Powell (a cui, tra l’altro, il festival dedica una retrospettiva). Mark Lewis lavora come operatore cinematografico presso uno studio londinese. È un giovane timido e schivo ma nel tempo libero coltiva un terrificante hobby: ama uccidere donne mentre le riprende con una telecamera per cogliere le espressioni di terrore che assumono prima di morire. Un Powell al massimo delle sue capacità, tradito dai tempi prematuri in cui fu distribuito; il pubblico, infatti, era troppo poco abituato ad un simile voyerismo nei confronti dell’operato di un serial killer, quasi a voler farci identificare con esso. La lunga nottata si conclude con Pearcing, opera prima di Nicolas Pesce dove un comune padre di famiglia (Christopher Abbott), annoiato dalla routine, lascia la famiglia per concedersi una notte in hotel con una prostituta (Mia Wasikowska). Solo che le sue intenzioni sono tutt’altro che prevedibili. Tratto da un romanzo di Ryū Murakami, Pesce ci regala una commedia horror romantica e sadomasochista, immersa in interni dal sapore lynchano e in sonorità elettroniche anni Ottanta. (Marco Perna)

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