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TFF 36 – Il cinema sotto la mole #5

Can You Ever Forgive Me? di Marielle Heller – (Festa Mobile)

Il film racconta la storia vera della scrittrice di biografie Lee Israel che, esclusa dall’elite editoriale e caduta in disgrazia, ricorre alla frode e alle sue capacità letterarie per sbancare il lunario. A interpretare questa donna singolare è Melissa McCarthy, attrice adatta a mettere in scena un personaggio brillante, scorbutico e irriverente come quello di Lee Israel. Una figura così vivace e dalla storia controversa non si traduce però in un film particolarmente originale quanto piuttosto in un biopic che segue un percorso molto tradizionale e didascalico. Tuttavia l’andamento lineare del racconto viene vivacizzato dalle performance della protagonista, perfetta per il ruolo, e della sua spalla, il simpatico furfante Jack Holt (Richard E. Grant).

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White Crow di Ralph Fiennes – (Festa Mobile)

Corvo bianco” si dice di persone speciali, diverse dagli altri, straordinarie. Questa espressione dà il titolo al terzo lungometraggio di Ralph Fiennes, un biopic su Rudolf Nureyev. White Crow racconta la storia del famoso ballerino russo cercando di svilupparla su piani temporali e luoghi diversi, tra l’Unione Sovietica e Parigi, dagli anni ’40 al 1961 anno in cui Nureyev decide di richiedere asilo politico alla Francia, “tradendo” la sua patria. Ralph Fiennes tenta di raccontare tre linee temporali distinguendole in modo diverso con la fotografia, ma non sempre questa intuizione riesce. Il regista ha voluto raccontare tanto della vita di un personaggio, forse troppo e nonostante la buona interpretazione di Oleg Ivenko nei panni di Nureyev, il film risulta spesso confuso e quasi mai originale. (Giulia Bona)

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High Life di Claire Denis – (Festa Mobile)

La dipendenza dell’essere umano dalla sessualità costituisce il nucleo della riflessione che Claire Denis porta avanti fin da Trouble Every Dayin cui appettito sessuale e mortifero – carnale, cannibalistico – s’intrecciavano in una sintesi perversa. Connubio di forze che si riverbera anche in High Liferacconto di ascendenze e memorie tarkovskiane in cui l’uomo è costretto a una resa con gli aspetti più torbidi e inquieti della propria identità una volta gettato in una dimensione altra, nel gelo e vuoto cosmici. Flussi colanti e liquidi caliginosi attraversano le membra e le macchine nello spazio, l’uomo ritorna a una dimensione primitiva che gli permette di ri-conoscere una voracità ancestrale – e, non per caso, ad essere spediti nello spazio come cavie per la scienza sono degli ex galeotti – e la bestialità dei propri desideri, specialmente sessuali. Tra hard science – fiction e l’erotismo più galvanizzante, la Denis filma una delle cose più belle viste al cinema quest’anno. (Elvira Del Guercio)

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Drive me Home di Simone Catania – (Festa Mobile)

Per seguire i propri sogni, a volte siamo costretti a perdere ciò che ci è caro, come una grande amicizia. Ma questo per Antonio non è possibile. Dopo anni di lavori all’estero, decide di ricongiungersi ad Agostino, grande amico di un’infanzia passata nella terra siciliana, ora camionista. Un’occasione per ritrovare la vicinanza perduta per le strade d’Europa, sulla via di casa. Drive me home si presenta come un film sulla ricerca della sicurezza dell’identità in un mare di incertezze e di precariato. Simone Catania sembra anche suggerirci una soluzione nella riscoperta della natura: la campagna, quelle volte che è presente nel film, viene individuata come il concretizzarsi della pace dei sensi, oltre ad essere la dimora dei ricordi perduti. Smarriti esattamente come i protagonisti, interpretati da Vinicio Marchioni e Marco D’Amore, che danno quella marcia in più ai caratteri dialettali del sud Italia ma senza scadere nella macchietta. (Marco Perna)

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