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Né repertorio né ricerca

La Tempesta favolistica di Maurizio Panici all'Argot

Esiste una parola – più un giudizio che un attributo – che si affianca spesso al teatro: è repertorio. Un termine aspro, duro, che richiama classificazioni ingessate, lontano  dall’incanto, dalla creatività e dalla sperimentazione della messa in scena. “È uno spettacolo di repertorio” e già è condanna, come a dire: un lavoro obsoleto, mediocre… ma tant’è.

Eppure spesso si dimentica che dietro questo termine si nasconde un valore, profondo, quella possibilità di portare sul palco la stessa storia per infinite volte tenendo sempre viva una voce ancestrale e inconfondibile.

Da centinaia di anni, ad esempio, i testi di Shakespeare viaggiano per tutti i teatri del pianeta, ogni sera ci sarà sempre un Re Lear o un Macbeth che tornerà a calcare le assi del palco: quest’unicità trasforma il termine repertorio da sostantivo negativo a custode del fascino artigiano del teatro, dando vita a migliaia di Amleto, Shylock, Puck identici eppure diversi tra di loro.

Ma per far in modo di trovare un’unicità propria nei classici da repertorio il regista e gli attori devono trovare una formula convincente sia che si tratti di riportare il testo nella maniera classica, sia che si tratti di sperimentare. Operazione che non è del tutto riuscita a Maurizio Panici nella messa in scena della Tempesta al Teatro Argot Studio.

Sulla scena buia nascono i personaggi fantastici della Tempesta, evocati da suoni fuori scena, i versi delle creature dell’isola di Prospero (Luigi Diberti) che con la sua Miranda (Valentina Carli) sono posizionati in alto; in basso  la tana di Caliban (Pier Giorgio Bellocchio) dedicata anche al due comico di Trinculo (Antonio Randazzo) e Stefano (Matteo Quinzi). A unire il basso e l’alto c’è lo spiritello servo di Prospero,  Ariel (Claudia Gusmano).

Quella di Panici è una lettura drammaturgica che si sviluppa per contrapposizioni: Ariel rappresenta la magia buona e Caliban quella maligna; una divisione che stride con la natura del testo, dove la mitologia fantastica abbandonava certi cliché favolistici medievali per servirsi di una nuova visione più vicina alle filosofie rinascimentali.

Ariel è il bene, sì, ma è anche lo spiritello dispettoso che anela alla libertà; Caliban è malvagio, ma è altresì l’antesignano di tutti i “selvaggi sottomessi” della letteratura coloniale, che non mancherà di dedicare parole d’amore e di tenerezza per la madre(/origine), la strega Sycorax.

La Tempesta si articola qui seguendo il testo e innestandovi degli elementi contemporanei, gioco lecito che però non funziona nell’impianto drammaturgico, quasi si volesse sfuggire alla trappola del “repertorio” perdendo di vista però l’opera di partenza. La ricerca di appigli al contemporaneo fomenta singolari disgiunzioni narrative che finiscono per confondere, come ad esempio l’idea di coprire uno dei monologhi di Ariel con Another Brick in the wall dei Pink Floyd.

Si esce perplessi e storditi da questa Tempesta, come sotto un incantesimo o forse una fattura che ha offuscato il disegno di Shakespeare, negando al pubblico la vera natura poetica dell’ultima opera del Bardo.

Ascolto consigliato

Teatro Argot Studio, Roma – 17 novembre 2016

Crediti ufficiali:

TEMPESTA
di William Shakespeare
un progetto di Maurizio Panici
con Luigi Diberti, Pier Giorgio Bellocchio, Matteo Quinzi, Claudia Gusmano, Valentina Carli, Riccardo Sinibaldi, Antonio Randazzo
scenografia Francesco Ghisu
costumi Anna Coluccia
light designer Giuseppe Filipponio
musica Giovanni Di Giandomenico
aiuto regia Maria Stella Taccone
datore luci Paolo Meglio
con la collaborazione di Alessandro Carbonara
foto ©Manuela Giusto