Foto di scena ©Ilaria Costanzo

Io Calibano – Accademia degli Artefatti

Su una sorta di quadrato di incerata, circondato dallo spazio nero del palcoscenico, c’è una sedia, una piccola scrivania, delle valigie, ma soprattutto tanti piccoli giocattoli, perlopiù da mare. Forse in eccesso? Certo, è una sgradevole sovrabbondanza voluta, questa, che quasi disgusta: un ammasso rigorosamente caotico di cose (fin troppo) colorate che il quadrato sembra trattenere con fatica seria e concentrata.

Eppure, quando ci troviamo di fronte allo spazio di questo Io Calibano – terzo episodio della pentalogia Io Shakespeare di Fabrizio Arcuri, tratto dalla pièce teatrale di Tim Crouch – si prova quasi piacere ad assistere a questo ritrovo di colori e forme graziose. Ma il tempo di abituarsi a ciò che si ha davanti per rendersi conto di come, in realtà, tutti questi “giochi” emanino un’esagerata concezione della dolcezza, troppa per non risultare spiacevolmente strampalata e grottesca.

A confermare il tutto è l’arrivo di Calibano (Fabrizio Croci), perno umano dello spettacolo, «un tempo» personaggio spaventevole ma dall’aura mitica de La Tempesta di Shakespeare, qui, invece, con le tristi sembianze di un essere umano vestito da spiaggia (e nemmeno tanto bene) che sogna di creare una nuova razza unendosi carnalmente a Miranda, la figlia del Duca di Milano Prospero.

Foto di scena ©Ilaria Costanzo

Foto di scena ©Ilaria Costanzo

In Io Calibano l’isola del barocco prezioso e geniale del Bardo si è striminzita, diventando simile alla cantina o al garage di una famiglia con bambini un po’ troppo esuberanti e disordinati, dove la maestosità letale della tempesta viene «umiliata», resa e riproposta rovesciando un acquario con piccoli oggetti in cui Calibano simula goffamente un annegamento. Il protagonista, con l’isola tutta per sé, senza essere più circondato dagli altri personaggi della pièce shakespeariana, (s)ragiona da solo, incarnando l’innata incontentabilità dell’essere umano e la sua facilità alla disgrazia.

Un «mostro» la cui degradazione, che prevede anche una bella spalmata sul corpo di un materiale simile a escrementi, ha il pregio di non risultare mai troppo devastante grazie alla sua posticcia e impacciata simpatia. Una «bestia», che elabora perfettamente un forte senso del ridicolo, comportandosi come uno squallido intrattenitore da crociera che, fra le varie cose, ci fa assaporare il gusto amaro ma lodevole della protesta indiretta e al contempo sentita verso questo paese.

E quando, infine, con quel materiale così marrone scrive «Help us» sperando di poter calamitare l’attenzione di qualcuno per poter essere portato via, lancia un segnale d’allarme che, politicamente parlando, riguarda molti di noi.