AltoFest 2016 TeatrInGestazione

Oltre lo spettacolo: Alto Fest riparte dal senso di comunità

Che aria tira nei festival teatrali italiani? Tendenzialmente si assiste a qualche spettacolo, si chiacchiera un po’ all’uscita, si fumano delle sigarette accompagnate da una birra o da un calice di vino e poi dritti a casa. Oppure, nella migliore delle ipotesi, qualche operatore e critico si ferma a conversare con i protagonisti in scena.

Per tornare alla domanda iniziale, dunque, non è un azzardo affermare che, l’aria, o meglio, lo spirito del festival diventa impercettibile e nella maggior parte dei casi si consuma sui comunicati stampa, sulle colonne di qualche rivista e, ovviamente, per qualche ora negli edifici ospitanti.

Ad avvalorare la tesi, dopo due giornate trascorse nel capoluogo campano, c’è il Napoli Teatro Festival, la rassegna estiva campana più importante e più ricca dedicata al teatro – personalmente percepito come una figura fantasma tra le strade e le piazze della città. Si potrebbe usare come attenuante la difficoltà riscontrabile nel creare una rete sociale-cooperativa comune ai festival che si svolgono in superfici così vaste; ma la giustificazione non regge, specie quando ci troviamo a partecipare all’altro festival presente in contemporanea nella città – l’Alto Fest – che con un budget irrisorio rispetto al più blasonato “collega” è riuscito a riportare lo spirito storico e antropologico all’evento festival: arte, collaborazione, condivisione e soprattutto partecipazione attiva da parte di tutti i suoi componenti, in particolar modo degli spettatori.

Il punto di forza dell’Alto Fest, festival cocciutamente voluto e diretto dal 2011 da TeatrInGestazione che accoglie tutte le espressioni dell’arte contemporanea dal vivo, è quello di aver creato e solidificato nel corso degli anni una comunità attiva che senza risparmiarsi ha potuto generare questo piccolo miracolo creativo, come rilevato la scorsa settimana da Giulio Sonno (Come rispondere alla crisi: Alto Fest e la buona pratica dell’irregolarità). Se nell’articolo citato ci si sofferma sull’essenza della rassegna, ora andremo ad analizzare come realmente si struttura, descrivendo, a titolo esemplificativo, qualcuna delle numerose opere presenti.

Partiamo dallo slogan “Dare Luogo”, il principio fondante del festival che verte sul dono offerto dalla gente di Napoli – una via, una rimessa d’auto, un appartamento, un palazzo, un negozio – grazie al quale una performance o uno spettacolo può realizzarsi, variare, adattarsi, mutare e trovare il suo pieno compimento grazie alla simbiosi instaurata tra l’artista e il suo donatore. Creare un legame ma altresì proporre nuove forme di aggregazione e riqualificazione urbana, fattore, questo, apparso già chiaro assistendo a m² di DYNAMIS, tenuto in una cava di tufo, oggi usata come autorimessa. Nell’aria piacevolmente fresca della cava, due steward creano una performance partecipativa che indaga la valenza e l’importanza dell’unita di misura del titolo, alternando scenari di normale quotidianità ad altri di disumana realtà.

Dall’autorimessa si passa subito – il programma è fittissimo e non concede lunghe pause – all’interno di un appartamento per Dopolavoro#Memoriedalsuolo della Compagnia Pietribiasi-Tedeschi, un’esplorazione storico-antropologica avente come base uno studio effettuato nel piccolo Comune di Alviano (Terni), che va ad analizzare il senso di appartenenza a un luogo attraverso la ricostruzione di eventi, aneddoti e testimonianze della comunità abitante. Sempre in un appartamento ritroviamo Francesca Antonino e il suo Little Star, una danza in cui si avvicendano momenti di brio e di pura decadenza, atti a esplorare i miti pop degli anni ’50 e ’60, a identificarsi in essi, a raffigurarli, per poi perdersi nel proprio Io.

Le performance musicali/sonore, invece, sono esibite nel retrobottega di un punto vendita equo-solidale e all’interno di un negozio di saponi artigianali. Nel primo spazio troviamo l’artista egiziano del suono, Khaled Kaddal, e il suo Trapped Sounds, un’esplorazione sonora composta di riverberi e suoni naturali enfatizzati, utilizzati per scandagliare la propria intimità a seguito di uno stato di alienazione. Nel secondo luogo, invece, agisce Giulio Escalona (in arte Tasto Esc) che con IgnorHead parte dall’insegnamento di John Cage per disfarsi delle “forme” convenzionali del suono e dell’ascolto per creare paesaggi sonori grazie all’ausilio di elementi puramente artigianali quali chiodi, pezzi di ferro, molle, strumenti creati ad hoc e qualche delay.

Tra le performance più “esplorative” segnaliamo Secret Sound Stories della compagnia svizzera V XX ZWEETZ e Operappartamento Residency Περί έρωτος – About love della danzatrice greca Emmanouela Korki. Nella prima ci ritroviamo a scoprire, seguendo il racconto e le istruzioni trasmesse nelle cuffie wi fi, l’affascinante Palazzo Sanfelice. Una voce narrante che invita a ripercorrere una vicenda (inventata ad hoc), ma allo stesso tempo a perdersi e quindi ad avvicinarsi a un spazio ignoto e ricco di storie, vere o immaginarie che siano. Più itinerante, invece, la performance dell’artista greca che, ripercorrendo alcune vie di Napoli per poi approdare all’interno di un appartamento, stimola i suoi spettatori a familiarizzare e diventare parte integrante di un luogo con lo scopo di tentare di fornire una risposta a una domanda tanto semplice quanto complessa: “cosa è l’amore e come ci fa agire?”.

Diciamolo con franchezza, non abbiamo assistito a performance memorabili o formalmente “nuove”; dunque cosa ha spinto numerose persone – gli spettacoli sono stati sempre sold out – a muoversi dall’aeroporto al rione Sanità, dalla scalinata della Pedamentina alle vie di Spaccanapoli sotto il cocente sole di luglio? Certo, il piacere della scoperta; oppure, e torniamo nuovamente a sottolinearlo, il sentirsi parte attiva di un circuito che pone al centro del proprio progetto, al pari del puro spettacolo, il suo pubblico, il dialogo, la condivisione di sguardi e conoscenze assolutamente eterogenee. Ma c’è ancora qualcos’altro.

Stiamo assistendo sulla Pedamentina allo spettacolo teatrale Variaciones en torno a El Éxtasis de los Insaciables di Réplika Teatro, in cui la compagnia spagnola imbastisce un dialogo filosofico sull’attuale condizione umana e culturale. A metà messinscena una madre sale la scalinata con sua figlia e, incuriosita, chiede di fare un po’ di spazio per lei e la sua piccola al fine di poter assistere allo spettacolo. Entrambe finiranno, entusiaste, per vedere tutta la performance, e non saranno le uniche, dato che sulla scalinata si era già formato un gruppetto di curiosi spettatori. Un aneddoto che ci fornisce un altro degli elementi che completa la formula vincente di questa rassegna: Alto Fest è lì, non lo devi cercare, semmai è il festival stesso che cerca te.

In definitiva, anche senza una forte pubblicizzazione e con la totale assenza della stampa, Alto Fest è riuscito a dimostrare che con poco, molto poco, si può creare tanto. E realtà come queste andrebbero messe più in rilievo, alimentate, condivise e mai abbandonate a sé stesse.

(Foto ©Lucio Criscuolo, Alto Fest People)

Ascolto consigliato

Napoli – 2 e 3 luglio 2016