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Storie a bassa audience – Mezzafemmina

“La nostra è una repubblica fondata sul lavoro, ma se vado a lavorare muoio”.

Si apre così, il primo ritornello dell'interessantissimo Storie a bassa audience di Mezzafemmina. Un album generazionale nel senso migliore del termine, dove la fotografia del tempo che viviamo è nitida come in poche altre occasioni. Insomma, un album dove ci si riconosce. Toccante per quanto vero.

Si dipinge un panorama di laureati disoccupati o costretti a lavorare in centri commerciali dove “neppure si capisce che tempo faccia fuori, in cui fa freddo d’estate e caldo d’inverno”. Gianluca Conte (questo il suo vero nome) si presenta come un vero “Chansonnier del disincanto” per la generazione più colta e disincantata che la storia d'Italia abbia mai visto.

Dopo Articolo 1, prima traccia del disco, arriva Le prigioni del 2000. Oltre ad una progressione numerica anche una progressione di bpm. Un pezzo cadenzato e incalzante, che tratta i non luoghi del mondo contemporaneo, in maniera veramente ispirata e colta. La traccia tre, con un bel jingle ci ricorda di quanto siamo tutti uguali, con un democratica e comune possibilità di pazzia. Tutti possono fare un salto in comunità. Un Insanity Show.

Arriva I pinguini si comprano il cappotto, il pezzo più intimista, un flusso di coscienza e di esperienze tra il mare e il freddo, dove l’autore preferisce bruciacchiare che starnutire. Alla traccia cinque Giochi da grandi. Squillano le trombe, a creare la dicotomia tra la musica gioviale e l'argomento trattato, un argomento pesante come la pedofilia. L'aplomb è disarmante. Semplicità di narrazione, ma non banalità. Anche qua in risalto il testo che sfiora il superbo. Iside ritorna sullo stesso tema trattato dal protagonista Walter della storia precedente, sotto altri punti di vista. Poi Brace, il bel pezzo d'amore che in un lavoro d'autore non può mancare. Sorrisi e Balle varie, punto. Questo il titolo dell'ultima traccia.

Storie a bassa audience è un’ album musicalmente semplice, ma con azzeccati arrangiamenti, in cui la forza più grande la attinge come già detto dai bei testi: la visione del mondo di un colto trentenne laureato in psicologia clinica (ricorre spesso la psicologia nellè’album) che lavora in una comunità per tossicodipendenti, e che non si lamenta, ma narra divinamente. Di chi sta peggio di lui: i suoi coetanei, il suo Paese e perché no, i suoi potenziali utenti.

Si spera di trovare nel prossimo lavoro di Mezzafemmina i testi scritti nel book, questa è l’unica pecca che si può tirar fuori da un lavoro di pregevole fattura.