Foto di scena ©enzocosimi.it

Iniziazione alla fine

Il Post-Human sciamanico di Cosimi in 'Sopra di me il diluvio'

La fine. La fine è fondamentale, la fine è il nostro deterrente, la fine è ciò che ci sottrae all’insostenibilità del tempo. Quando il perdurare di una situazione si fa opprimente, ne invochiamo la fine, perché essa soltanto ci concede l’illusione di potere, di controllo sugli eventi.

Per la sua nuova creazione il celebre coreografo Enzo Cosimi sembra dare vita a una vera e propria azione demiurgica. Cosa significa? Che invoca una fine e introduce una nuova era. Questo processo tuttavia non è un semplice atto di ri-fondazione, il presupposto concettuale qui è molto più radicale: il nostro tempo ha fallito, consumato poco a poco dalla sua indolente ipocrisia – allora che venga la distruzione: l’uomo ricominci dalla propria natura primordiale.

Sopra di me il diluvio si apre infatti con assordanti strida di uccelli, anzi ci accoglie con esse, ancor prima di prendere posto. Un trillare così stridulo che annienta ogni tentativo di vana chiacchiera mondana; ed eccolo già il primo scacco, ecco la prima necessaria violenza. Noi siamo i corruttori della naturalezza, noi e la nostra arrogante cultura: ora silenzio. Difatti, appena lo sguardo comincia a perlustrare il palco, la controparte scenica prosegue questa prima demolizione: al centro è un televisore acceso sul nulla e ovunque sono sparse ossa. Benvenuti nel frutto del nostro cannibalismo.

Siamo in un’Africa da incubo, nell’anticamera allucinatoria e selvaggia del nostro fardello da uomo bianco, nel cuore di tenebra di una moralità perduta. In questo limbo del cambiamento prossimo si aggira ferina una creatura irrisolta, che si contorce e si stende come un nervo sempre teso. Ci accompagnerà così nella vibrante transizione di questo mondo di nessuno, recuperando il movimento come pura capacità sensoriale, come unica interazione non adulterata con lo spazio circostante.

Foto di scena ©enzocosimi.it

Poco a poco, però, le luci alleggeriscono lo schiacciamento iniziale del buio, descrivendo i confini di questa nuova realtà (imprescindibile il disegno luci di Gianni Staropoli); ci accorgiamo così che le pareti disegnano un nuovo cubo: i fari puntano con forza contro l’esterno, premono, quasi tutto avesse luogo in una tv più grande. Ed ecco il secondo scacco. Ciò che appare come una perlustrazione selvaggia si rivela l’ennesima proiezione di una scatola delle illusioni. Tutto allora si fa schermo: l’iniziazione di questa danza sciamanica non è l’avvio di una nuova era ma la mise en abyme di una dimensione interiore; il corpo combatte contro sé stesso alla riconquista della propria matrice primigenia.

Foto di scena ©enzocosimi.it

Compatto e stremante (notevole l’interiorizzazione espressiva di Paola Lattanzi, sempre misurata nell’eccesso), Sopra di me il diluvio colpisce per la sua potenza visiva. Nonostante il pur voluto allentamento del ritmo perda progressivamente d’impatto evocativo, faticando a coinvolgere il pubblico meno preparato o disponibile, la scossa fisica e allegorica è considerevole: questo continuo scontro tra restrizione e rivolta trasmette, distorcendola, tutta l’oppressione dell’individuo moderno, con echi che spesso sembrano richiamare la Post-Human Art (si pensi, ad esempio, a Matthew Barney).

Non a caso il diluvio è “sopra”, e per ora rimane – ancora una volta, dunque, la fine è rinviata. Solo morendo molte morti, forse, l’uomo può recuperare la vita.

Ascolto consigliato

Teatro Vascello, Roma – 28 ottobre 2015