Foto ©Lorenzo Castore

Il rischio della congestione

L'Estasi di Cosimi non concede abbastanza respiro

Se c’è un dato che è emerso forte dalle ultime elezioni amministrative è che la retorica del grandeur non funziona più. In tempi – prolungati – di magra la promessa di benessere non viene creduta, le persone vogliono risposte pratiche: sogni e speranze non competono alla politica, il Novecento ha ben dimostrato che fine fanno le ideologie, Lacan lo ha ratificato—“salutare cinismo” verrebbe da chiamarlo. E a sentire anche le prime affermazioni dei neosindaci dell’ex-movimento extraparlamentare ora forza politica a tutti gli effetti, la ratio sembrerebbe essere diventata istituzioni sì, istituzionalizzazione no”. Se sia solo propaganda lo diranno i fatti. Non ci interessa. Ciò che vogliamo evidenziare qui è che pur tra mille difficoltà e passi falsi parrebbe riaffiorare un recupero della normalità (ne abbiamo già parlato a proposito di Amore di Scimone Sframeli). Normalità, fra l’altro, da non confondere con la distopia narcisistica del 2.0.

Ora.  Da questa balzana premessa, qual è il passo che ci porta alla rassegna di danza che sta chiudendo questi giorni la stagione 2015/2016 del Teatro di Roma? Sempre la normalità.

Enzo Cosimi, nome di punta del teatro-danza italiano, ha sempre affondato corpo e arte nella materia fangosa della marginalità, lasciando ben aperta ed esposta quella ferita –artaudiana, direbbero i citazionisti – da cui il male sgorga. Un male che sa di mal di denti, che ossessiona, che non si può curare, ma che pure riesce a trasformare quel disagio combattuto in manifestazione di vitalità.

Arshile Gorky The Liver Is The Cock’s Comb (1944) ©Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, USA

Accusato dai detrattori di essere troppo «pop» (passepartout chissà perché denigratorio “ab-usato” alla stessa maniera di «populista»), Cosimi in realtà fonde alto e basso senza che la méscola diventi mai kitsch, anzi, conserva una viscosità che è assai vicina alle arti visive novecentesche trovando una continuità ideale con dadaismo-surrealismo-informale-posthuman e via dicendo. Ma semplificando. Cosimi non bonifica il palco, lo sporca creativamente: l’arte non giunge per salvare, non risolve i problemi, non crea nuovi mondi. Il mondo è già questo e questo soltanto, bisogna affrontarlo. Bisogna imparare a vederlo con cura.

Eccola di nuovo la normalità.

Veniamo a questa nuova produzione presentata in prima nazionale al Teatro India. Estasi non ha una narrazione precisa, procede per successione di quadri. Si «indaga il tema del Desiderio», dicono le note di regia. Lo spazio sembra quasi una periferia lunare: pavimento bianco, sfondo bianco satinato, pile di vestiti sparse ovunque, una disco ball in basso – faro della deriva –, e loro, i freak, rimasuglio sparuto di antieroi senza bandiere, ridicoli, tragici, viziosi, fragili, vestiti soltanto di colore, colore vivo che chiazza senza avvolgere fino in fondo. Esseri dall’identità sospesa.

Foto di scena ©Lorenzo Castore

Le scene si affastellano in una continua contaminazione di codici, registri e allusioni in un immaginario che spazia idealmente dal Marat-Sade di Brook al cinema ’80-’90 di Besson, passando per rivisitazioni di zattere à la Gericault che hanno il sapore dei barconi dei nostri giorni, e ancora, bordelli cubisti, venere di stracci, poveri cristi senza resurrezione. Insomma, complice, ancora una volta, la composizione aurorale del luciaio Gianni Staropoli – che incide il tempo in microtransizioni di apparente sospensione e pulsazioni di buio improvvise –, la danza tout court cede il passo a un’evocazione di ambienti sempre aperta a innumerevoli letture-impressioni.

Tale moltitudine però è tanta e tale da congestionare la fluidità, o meglio, la continuità di questo quadro vivente che a tratti tradisce il suo stesso artificio allentando l’attenzione del pubblico fino a smarrirla nella coda. Troppi possibili finali è la sensazione, e non uno che restituisca una sfericità alla totalità del lavoro.

Foto di scena ©Lorenzo Castore

Perso il contatto, Estasi finisce purtroppo per “stancare”. E dispiace dirlo. Davvero. Ma i singoli frammenti – il canto, la parola, i movimenti, la danza, le luci, le foto, i suoni, i danzatori stessi (il talento di Paola Lattanzi rimane visibilmente in ombra) – non trovano una valorizzazione complessiva; pertanto lo spettatore, confuso e affaticato, stenta se non a “capire/seguire” quanto meno a immergersi. C’è troppo, e in questo troppo non ci si ritrova più: folgorazioni improvvise non mancano, sono raffinate, potenti, felicemente urticanti, ma poi si smarriscono in una rete troppo fitta perché lo sguardo vi entri. Manca il sentimento più vivo di Cosimi: sicuramente c’è, la testa ne riconosce l’estetica, il valore in nuce, però rimane soffocato.

E così l’arte appare distante, la normalità allontanata, la fiducia dello spettatore smarrita.

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma – 23 giugno 2016

Crediti:

regia, coreografia, scene e costumi Enzo Cosimi

interpretazione e collaborazione alla coreografia
Paola Lattanzi, Elisabetta Di Terlizzi, Daniele Albanese, Alice Raffaelli, Pablo Tapia Leyton, Giulio Santolini
immagini Lorenzo Castore
disegno luci Gianni Staropoli
musica a cura di Enzo Cosimi
Produzione Compagnia Enzo Cosimi, MIBACT
in coproduzione con Teatro di Roma

in collaborazione con Armunia

con il contributo di L’arboereto – Teatro Dimora di MondainoLavanderia a Vapore 3.0/Piemonte dal Vivo