Alan e il mare

Scarpinato e l’arduo testimone del presente

La fuga, tra realtà e immaginazione, di Alan e il mare

3 Settembre 2015. Bodrum, Turchia.
L’immagine del corpo senza vita di Aylan Kurdi, tre anni, sulla spiaggia da dove era partito con suo padre, poche ore prima, per raggiungere l’isola greca di Kos, la ricordiamo tutti. «Ero pietrificata» dichiara la fotoreporter Nilufer Demir «l’unica cosa che potevo fare era fare in modo che il suo grido fosse sentito da tutti.»

In che modo l’artista contemporaneo può e deve “farsi carico”, in termini di riflessione e di indagine storica e artistica, degli accadimenti del nostro presente? Come restituire, mediante il linguaggio e i codici della messinscena, la drammatica realtà dei migranti, imprimendo profondità allo sguardo e, nello stesso tempo, restando fedeli alla propria poetica?

Giuliano Scarpinato, in Alan e il mare, sceglie di raccontare la fuga dalla Siria di Alan (Michele Degirolamo) e di suo padre Abdullah (Federico Brugnone), la traversata in mare e la tragica morte del bambino, dedicando il segmento più ampio dello spettacolo alla vita di Alan tra le onde, circondato da pesci colorati, alghe e coralli.

Alan e il mare

Foto ©Giovanni Chiarot

Su un fondale di vetri in frantumi, “illuminato” dalle impeccabili videoproiezioni – realizzate in videomapping – di Daniele Salaris, condividiamo con i protagonisti un viaggio, reale e onirico. Vi accediamo attraverso quel buco della serratura in cui il regista ci aveva già lasciato spiare in Fa‘afafine ma, come le stesse parole di Abdullah ci rammentano, sappiamo fin da subito essere tutto vano: «All’inizio di questa storia il loro cielo non era più il mio», con la consapevolezza di chi ha perso l’intera famiglia.

Dalle profondità del mare Alan riemerge per incontrare il padre e, insieme a lui, sogna di passeggiare in quelle libere e democratiche città europee, quelle stesse che si rivelano però così ostili ad accoglierli, così indifferenti da annullare altri esseri umani innalzando muri e tracciando confini per – come ha tanto scritto Zygmunt Bauman – «creare differenze, per distinguere un luogo dal resto dello spazio, un periodo dal resto del tempo, una categoria di creature umane dal resto dell’umanità.» Perché «il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile […] I confini danno sicurezza.»

L’unica via percorribile, in Alan e il mare, per valicare quei confini, è trovare rifugio nei luoghi irreali della favola. Ma cosa accade al di là di quella parete che si interpone tra lo spettatore e la Storia?

Alan e il mare_Ph. Giovanni Chiarot_2

Foto ©Giovanni Chiarot

Tra i numerosi artisti italiani che di recente stanno riflettendo sulla tematica dell’immigrazione, Andrea Segre, ad esempio, nel 2017 con il film L’ordine delle cose – attraverso lo sguardo di Corrado, alto funzionario del Ministero degli Interni al quale viene affidato l’incarico di “gestire” i flussi migratori dalla Libia verso l’Italia – restituiva in maniera puntuale la destabilizzante, per il “buon vivere” occidentale, incursione dello straniero (prontamente respinto entro i confini libici) di quello che appare diverso e invece ci parla di uguaglianza. Uguaglianza di tutti gli esseri umani. E lo faceva affrontando apertamente la crisi identitaria dell’Europa, raccontando «un mondo tanto rassicurante quanto inquietante» che nega diritti e libertà a chiunque non ne faccia parte.

L'Ordine delle cose - Andrea Segre

Andrea SegreL’ordine delle cose

Quale ostacolo si frappone, dunque, nel percorso di Alan e il mare? Cosa vediamo, o intuiamo, oltre la cornice della favola, oltre la cura dell’elemento estetico?

Scarpinato propone una messinscena ricca di elementi per raccontare un evento drammatico, senza concedersi forse uno sviluppo più profondo dei contenuti – tale da arricchire il tessuto drammatico dei risvolti psicologici in esso racchiusi – che rischiano pertanto di scivolare via come il corpo del piccolo Alan dalle braccia del padre.

L’intima delicatezza che risiede nel rapporto tra i due è parte di un loro mondo privatissimo, in cui sembra non vi siano altri esseri umani se non quelli evocati dalla pressante voce restituita dai microfoni calati giù dall’alto, quasi a schiacciare, invadenti, Abdullah; o da quella femminile del funzionario all’immigrazione, “monotona” e distaccata:

«In commissione territoriale una persona ti chiede nome, cognome, la tua età, qual è il tuo paese di origine, […] che lavoro facevi nel tuo paese, se studiavi, se hai subito violenza, se sei stato torturato, perché hai lasciato il tuo paese, se hai paura e perché hai paura.»

Alan e il mare_Ph. Giovanni Chiarot

Foto ©Giovanni Chiarot

Ma senza l’incontro con l’altro essere umano, che si è abituati a pensare “diverso”, si può ancora parlare di speranza? L’opacità della proposizione di Alan e il mare rischia probabilmente di perdere nitidezza nella visione della realtà, necessaria a poter pensare alla possibilità di un cambiamento.

Pensiamo ad esempio all’umanità ritratta in Miracolo a Le Havre (2011), in cui il regista finlandese Aki Kaurismäki, mescolando poesia e autenticità, raccontava, attraverso la storia di Idrissa – un giovane africano giunto in Francia via mare all’interno di un container e in fuga dalla polizia – della possibilità di cambiare lo stato delle cose – «l’ordine delle cose» appunto – e di trasformare, attraverso un’intelligenza nuova, quello che sembra un destino ineluttabile. Diversamente da Alan e il mare, il richiamo all’impianto favolistico di Miracolo a Le Havre era infatti totalmente al servizio della storia e dei rapporti in essa sottesi.

Marcel Marx:   Un ragazzo in fuga… Che ne pensi di questa storia?

Chang:   Difficile da dire, visto che io nemmeno esisto.

Kaurismäki costringeva insomma a restare umani, a tenere occhi e braccia ben aperti, a rispondere alle esigenze dell’umano, a riconoscersi uguali. Solo in questo modo Arletty potrà, infine, affermare: «Sono guarita. La malattia mi ha completamente lasciata.» È quella malattia dei sentimenti che offusca la vista, rende nebulosa la percezione dell’altro, la sua realtà umana, e fa sì che lo si annulli, lo si faccia sparire tra le onde o lo si ricacci al di fuori dei propri rassicuranti confini, nei quali noi stessi ci siamo rifugiati.

Miracolo a Le Havre

Aki KaurismäkiMiracolo a Le Havre

Aprire lo sguardo, dunque—attraverso quella «Finestra spalancata sul mondo, ferocemente» invocata nei versi di Mariangela Gualtieri:

… ciao Mohamed, Olga, Alina ciao, Igor ciao, Arciom,
ciao Branco, ciao Omar, Hannin, e Slatko ciao.
Ciao corpi, che c’avete
un pietrone sul cuore, di lontananza
e mancanza.

Ascolto consigliato

ALAN E IL MARE

testo e regia: Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia: Gioia Salvatori
con: Michele Degirolamo, Federico Brugnone
in video: Elena Aimone
scene: Diana Ciufo
videoproiezioni: Daniele Salaris
costumi: Giuliano Scarpinato
luci: Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
progetto grafico Rooy Charlie Lana
produzione: CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Accademia Perduta Romagna Teatri

Teatro Biblioteca Quarticciolo, Roma – 8 aprile 2018