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Sa vida mia perdia po nudda – Leonardo Capuano

Una lampada centrale e un tappeto blu delimitano il campo di azione in cui Leonardo Capuano, praticante per anni la lotta greco-romana, già corre. Il cono di luce è debole e la sua ampiezza è minima; così il corpo atletico e il volto glabro e sudato dell’attore sono quasi fuori fuoco quando entriamo nella palestra: è quella pistoiese, che accoglie lo spettacolo per la rassegna Teatri di Confine, e quella di un carcere russo, dove Dostoevskij fa terminare la storia di Delitto e Castigo e del suo protagonista Raskol’nikov.

Le luci e le ombre del capolavoro russo continueranno, però, a filtrare in Sa vida mia perdia po nudda – letteralmente “La mia vita persa per nulla” – in cui l’attore, sardo da parte di madre e pugliese da quella di padre, parte proprio da dove tutto è finito, per provare a sviluppare la radiografia dei deliri di un condannato, torturato dai sensi di colpa per quel duplice omicidio e per quelle idee raziocinanti che continuano a sovraesporsi nella sua mente di ex studente.

È una prova, una preparazione, un allenamento appunto, per cinquanta minuti di lungo respiro. L’orologio sulla parete interna della palestra scorre e quando ci capita, con la coda dell’occhio, di incrociarlo, un nostro personale flash si accumula in questa fotografia beffarda: esattamente su quel lato, ma sulla parete esterna, troneggia la locuzione latina Mens sana in corpore sano.

E dentro una camera oscura, quale sarebbe il negativo di questa effige?

Tenuta sportiva e stivaletti rossi, quelli alti da wrestler doppiamente legati alla caviglia, saranno allora l’abito per un viaggio nella (r)esistenza e nelle lucide memorie di Raskol’nikov, di cui un manichino da allenamento si farà alter-ego contro cui lottare. Leonardo Capuano lo sfida e si sfida: tra le quattro mura di una palestra desolata e su un ring che diventa campo di combattimento e di azione drammaturgica. Inizia, così, una battaglia verbale, tesa contro i fantasmi di un’esistenza; una lotta psicologica, livida, con le voci di dentro che si scontrano, in peripezie motorie chirurgiche. Corpo a corpo, spalle a terra, e poi di nuovo in piedi sul tappeto. Sudore, affanno e ombre alimentano il sospetto fidato che il prossimo colpo potrà essere l’ultimo di una vita – o del suo ricordo.


Più il monologo di Raskol’nikov-Capuano sprofonda nella crisi e più diventa “uno e coro”, sprigionando la polifonia che contraddistingue il romanzo russo e che rimbomba nelle pagine di ogni vita che abbaia alla luna. Così, quando forse “semplicemente” non ci si aspetta più niente, è possibile allora arrivare a scorgere i contorni nitidi dell’autenticità: quelli delle pieghe rubiconde di un’umanità allentata, o quelli lirici di una madre abbandonata e rimasta con un pugno di dialetto in mano per lottare.

Ripreso dopo diciotto anni per Inequilibrio 2014, ci chiediamo cosa potesse significare vederlo negli anni Novanta, perché ancora oggi Sa vida mia perdia po nudda veicola una maestria esercitata nel tempo con esigenza e rigore, una capacità visiva con-fusa, capace cioè di fondere letteralmente insieme teatro e parola, teatro e immagine, intorno a un corpo che “agisce” in scena tra uno, nessuno e centomila.

– In scena alla Palestre Comunale Bizzarri per “Teatri di Confine” il 17 giugno 2015-
(Foto ©Lucia Baldini)

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