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Qual è l’offerta dei festival in Emilia?

Di pubblici e direzioni artistiche tra Modena, Bologna e Parma

Tempo di rivolgimenti in Emilia, di assestamenti. Da quando si è chiusa la lunga era Valenti (l’ex direttore dell’Emilia-Romagna Teatro), si vanno attendendo segnali di cambiamento dal neo-incaricato Claudio Longhi. Longhi che si ritrova a dover gestire un’eredità alquanto complessa, in primis vedi l’irrisolto squilibrio fra Modena e Bologna. Si parla anche di debiti. Non ne è chiara l’entità. Di fatto quest’anno il festival VIE si è presentato alquanto ridimensionato, quasi dimezzato nell’offerta, spostato tutto su Modena, lasciando Bologna sguarnita e rabberciata con un’opaca retrospettiva su Cuocolo/Bosetti, spettacoli a volte in contemporanea e poca vocazione internazionale (i turisti devono puntare sulla danza, evidentemente: sovratitoli in inglese assenti).

Ripartizione FUS in Emilia-Romagna, anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Ripartizione FUS in Emilia-Romagna, anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Ma in Emilia teatro non vuol dire solamente ERT, vuol dire anche Gender Bender, Teatri di Vita, DOM, AtelierSì, CasaVuota (Bologna), ITC Teatro (San Lazzaro), vuol dire Trasparenze, Periferico, Drama (Modena), vuol dire Briciole, Due, Lenz (Parma), vuol dire Agorà (Unione Reno Galliera), Corte Ospitale (Rubiera), Teatro Sociale (Gualtieri), MaMiMò (Reggio Emilia), i progetti di Archivio Zeta, delle Ariette, di TIR danza, il circuito ATER e molti altri ancora.

Emilia-Romagna: assegnatari FUS teatro anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Emilia-Romagna: assegnatari FUS teatro, anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Tutto nel raggio di appena cinquanta chilometri. Segno anche di un assessorato alla cultura particolarmente attivo. Dopotutto l’Emilia – e, diversamente, anche la Romagna – è forse la regione, pur nella sua eterogeneità interna, più organica e solerte in campo teatrale. Nonché lautamente finanziata: dopo Lombardia e Lazio (diciamo Milano e Roma) che da sole dirottano ben un terzo del FUS dedicato al teatro, l’Emilia-Romagna beneficia del maggior contributo dal MiBACT (circa il 10%), seguita da Campania (8%), Piemonte (7,3%), Toscana (6,8%), Sicilia (4,8%), Friuli Venezia Giulia (4,1%), Veneto (3,9%, Biennale esclusa) e via via scemando.

Giusto per avere un’idea: un punto percentuale equivale, bene o male, a 700 mila euro (fonte: D.D. Rep. 1401 del 6/09/2017).

Ripartizione FUS in Emilia-Romagna, anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Ripartizione FUS in Emilia-Romagna, anno 2017. Fonte www.regione.emilia-romagna.it

Dunque, come ci si orienta in Emilia? anche qui prevale la logica supermercato o si parla al potenziale pubblico in maniera più chiara? Proponiamo una parabola in tre tappe, tra Bologna, Modena e Parma, andando ad attraversare tre realtà ottobrine vicine geograficamente ma ben distanti nell’identità.

Modena: di tutto un po’

Partiamo dalla più nota. VIE. È il festival ufficiale dell’ERT, co-finanziato dalla Cassa di Risparmio di Modena e dalla Regione. Si tiene a Modena e Bologna, con rapide sortite a Vignola e Carpi (nel modenese). Dura una decina scarsa di giorni e presenta una programmazione varia—a curatela eventuale. Sfogliando il programma di questa XIII edizione, infatti, o anche consultando il sito ufficiale, non è chiara l’idea alla base. Si incontrano le solite espressioni passepartout generiche e decontestualizzate:

VIE Festival vuole mettere al centro la creazione contemporanea, dare allo sguardo la responsabilità di individuare, di cercare dove si nasconde oggi la forza del nuovo […]

È «nuovo» Terzopoulos? Manfredini? Valdoca? Cuocolo/Bosetti? Fanny & Alexander? Babina? «Nuovo» è l’esperienza decennale di Sotterraneo, Omini, CollettivO CineticO? E poi ancora si parla di «complessità», «dubbio», «miscele sempre nuove, originali, sorprendenti», «nuovi linguaggi», «urgenza di riflessione», eccetera eccetera.

Locandina VIE festival 2017.

Locandina VIE festival 2017

Per carità, che le presentazioni siano anonime e precompilate non è certo prerogativa unica di VIE, un po’ ovunque è così, ma l’impressione è che si sia trattato di una edizione tampone: quasi che Longhi abbia preferito almeno esplicitamente non metterci troppo la firma, in attesa della neonata Legge dello spettacolo e delle prossime assegnazioni per la nuova triennalità.

Claudio Longhi. Foto ©Luca Del Pia

Claudio Longhi. Foto ©Luca Del Pia

A chi si rivolge dunque VIE? A un pubblico teatrale sicuramente curioso delle scene contemporanee, probabilmente già fidelizzato (quanto meno a Modena), ma comunque generico. Se la giornata inaugurale modenese, il 14 ottobre, doveva sintetizzare e rilanciare l’approccio poliprospettico di VIE (il veterano Terzopoulos e i trentenni Dead Centre), è segno che forse l’indagine dei nuovi linguaggi fatichi a trovare un equilibrio tra osservazione dei fenomeni e vaglio degli stessi.

Brevemente. Il regista greco crea una trappola aperta, a forma di croce, a terra, dove una coppia nerovestita, tra coltelli, abbracci, ululii e gemiti, dà forma alla conflittualità archetipica per eccellenza, quella uomo-donna. Incontro-scontro, attrazione-repulsione, violenza-desiderio, su uno sfondo di sangue e morte, evocata in versi. Ma sono parole, parole soltanto: Encore, et encore. Siamo condannati a ripeterci. Non c’è scampo. Svelato lo schema, esplicitato l’intento, però, si avvita su sé stesso scadendo in esercizio di stile.

Theodoros Terzopoulos Encore. Foto di scena ©Johanna Weber

Theodoros Terzopoulos Encore. Foto di scena ©Johanna Weber

Quanto agli irlandesi. Col pretesto di approfondire la complessa «opera prima di Čechov», ogni spettatore seguirà lo spettacolo munito di cuffie con il commento in diretta del regista. Al di là della caricatura britannica nella recitazione e dell’alienazione teatricida imposta, sconcertante è riscontrare che testo e messainscena siano stati volontariamente manomessi così che la voce possa concedersi battutine qua e là. Un tempo si sarebbe detto «te la suoni e te la canti da solo», adesso si chiamerà essere giovani e innovativi.

Ma al di là del meccanismo posticcio, il fatto è che a un tratto l’azione si inceppa, la voce evade, la scena collassa letteralmente, si confondono i ruoli, e tutti si abbandonano a confessioni e scene che di sponda attualizzano la materia čechoviana. L’artificio è talmente contorto che a togliersi le cuffie si scopre che gli attori sono doppiati e, come in ogni contraffazione similtelevisiva, a vederlo senza—tutto perde senso e svela la sua vacuità teatrale. Bisogna compiacersi rimanendo connessi o disconnettersi sconcertandosi in stile Matrix?

Dead Centre Chekhov's first play. Foto di scena ©Jose Miguel Jimenez

Dead Centre Chekhov’s first play. Foto di scena ©Jose Miguel Jimenez

Insomma, quando Longhi parla di «necessità di intercettare e documentare il nuovo», qual è il filtro critico? quale il criterio di selezione? Una direzione artistica alla fine deve pur prendere una scelta, e quella scelta (sulla scorta di tutto ciò che è stato volutamente scartato) ci si augura che sia il segno di una dàta politica culturale. Altrimenti si precipita nel marasma iperdemocratico del «tutto vale». Proprio come funziona l’accogliente pop. Che sembra democratico ma è figlio del “libero” mercato.

Dead Centre Chekhov's first play. Foto di scena ©Jose Miguel Jimenez

Dead Centre Chekhov’s first play. Foto di scena ©Jose Miguel Jimenez

Bologna: l’identità oltre il genere

Situazione diversa a Gender Bender. Bologna. XV edizione. Dal Cassero – avamposto LGBT dell’Arcigay locale e ente produttore della rassegna – irradiandosi in venti spazi della città, il festival presenta una fitta proposta (danza, cinema, musica, mostre, feste) per circa due settimane, a cavallo tra ottobre e novembre. Festival multidisciplinare internazionale. Non rassegna apologetica. Sottolineiamo questo dettaglio perché pur avendo un’evidente vocazione libertaria, Gender Bender non fa propaganda, non si ripiega nel settario, non esalta la propria sensibilità socioculturale opponendola contro altre. È un festival. E si occupa di arti.

Locandina Gender Bender 2017. Progetto grafico ©Kitchen

Locandina Gender Bender 2017. Progetto grafico ©Kitchen

Ciò si traduce in una linea curatoriale precisa:

Gender Bender costruisce quello spazio ideale di libertà […] in cui far scontrare in maniera feconda visioni e linguaggi potenzialmente conflittuali. […] Un’arena metaforica in cui […] sono ben viste le prese di grande ampiezza e sanzionate le azioni di brutalità.

— Daniele Del Pozzo

Questo è un esempio di direzione artistica che si assume la responsabilità di farsi politica culturale. Facile, si dirà, Gender Bender non deve rispondere a una comunità che raccoglie al suo interno anche posizioni reazionarie e conservatrici. Vero. Ma è vero anche che questo limite doveva averlo pure Santarcangelo e invece, pur con risultati e retoriche discutibili, ha giustamente soprasseduto. Insomma, dove sta scritto che la cultura di Stato debba essere neutra(le)? fino a che punto dobbiamo scontare cinquant’anni di retaggio democristiano?

José Clemente Orozco Cristo destruye su cruz (1943). ©Museo de Arte Carrillo Gil, Città del Messico

José Clemente Orozco Cristo destruye su cruz (1943). ©Museo de Arte Carrillo Gil, Città del Messico

Ciò non vuol dire che le proposte di Gender Bender siano sempre eccelse, innovative o sorprendenti: in due giorni di attraversamento, solamente Sons of Sissy di Simon Mayer ci è parso raggiungere un alto risultato (tra indagine, composizione, realizzazione, complessità, godibilità), al contrario del preciso ma algido e reiterato manierismo di Fabrizio Favale o dell’estemporaneità a rischio inconsistenza di Dana Michel. Il punto non è la riuscita in sé degli spettacoli (su cui si può discutere), è la riflessione culturale e artistica che si va a proporre agli spettatori. E quello di Gender Bender è un pubblico attento, accogliente, nonché uno dei più educati che ci sia mai capitato di incontrare.

Simon Mayer Sons of Sissy. Foto di scena ©Margaux Kolly

Simon Mayer Sons of Sissy. Foto di scena ©Margaux Kolly

Lungi dall’indurre un’identificazione identitaria (“aderisco a priori perché mi sento parte di questa comunità”), che comunque pur accadrà, Gender Bender sollecita –contemporaneamente – modi e temi, senza che gli uni prevalgano sugli altri. In parole povere: ti invito a riflettere su questo, te lo propongo in più declinazioni, ti offro gli strumenti per fruirne, ti do la possibilità di intervenire anche in prima persona. Questo tipo di chiarezza—crea accoglienza. E curiosità. E fiducia.

Per questo il pubblico non manca. Per questo, invece, la critica nazionale sì.

Parma: ricomporre il rito

L’ultima tappa di questo percorso è a Parma. La ricca Parma. Una città tipicamente borghese. Dettaglio per nulla trascurabile se si vuole capire il radicalismo stanziale di Lenz Fondazione. Da anni, infatti, la realtà fondata nell’86 da Maestri e Pititto ha deciso di coltivare la propria ricerca in maniera stabile quasi unicamente nel parmense. Un’attività febbrile, la loro, rigorosa, che conta ormai quattro nuove produzioni l’anno. E che fa base in un’ex-industria di fine Ottocento situata nella periferia nord, dietro la ferrovia, là dove cappotti e tacchi firmati del centro si avventurano solamente nella sicurezza di una berlina.

Lenz Teatro, in Via Pasubio, 3, Parma. Foto ©Lenz Fondazione

Lenz Teatro, in Via Pasubio 3, Parma. Foto ©Lenz Fondazione

Pur coltivando un’estetica algida, fosca, ermetica, Lenz sposano la loro cólta ricerca con l’indagine dei corpi irrisolti: siano questi le architetture nascoste del territorio, siano le diversità espressive dei cosiddetti «attori sensibili» (affetti cioè da disabilità). Pititto e Maestri, insomma, coltivano l’invisibile, o meglio, il non visto, il non voluto vedere.

Ponte Nord, Parma. Foto ©www.parmaitalia.it

Ponte Nord, Parma. Foto ©www.parmaitaly.it (2012)

Ma parlavamo di pubblici. Ebbene. Se due volte l’anno, Lenz organizzano la rassegna Natura Dèi Teatri, da tre anni partecipano altresì a una rassegna che, identitariamente, è loro opposta: il Festival Verdi. E qui scatta il curioso cortocircuito. Perché? Perché se il pubblico di Lenz e il pubblico del Regio con buona probabilità non coincidono, qui invece si ritrovano a mescolarsi. Ci ritroviamo così al Ponte Nord, una clamorosa speculazione edilizia lasciata in eredità dalla giunta di centro-destra pre-Pizzarotti. Un alveare di vetro e acciaio su tre piani lungo 150 metri, tuttora inagibile. Tra mille difficoltà, Lenz riescono ad abitarlo e vi allestiscono la seconda tappa del proprio percorso dantesco (cfr. Purgatorio).

Locandina Festival Verdi 2017

Locandina Festival Verdi 2017

Il Paradiso, allora, si contaminerà con le Laudi verdiane in un coro di trenta voci semi-amatoriali provenienti dalle associazioni locali e venti performer dei percorsi di Lenz, superando e sublimando hic et nunc qualunque differenziazione di sorta tra «chi» è fatto «come». Al di là dell’esito, è già un risultato questo culturalmente – dunque socialmente – fondamentale. Come scrive Brighenti su PAC:

È significativo […] che la prima azione che Lenz invita a fare è camminare, cioè riprendersi la libertà prima delegata e poi tradita, primo passo nel processo di riappropriazione collettiva dello spazio.

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Se riusciamo ad astrarci per un attimo dalla convenzione per cui si fruisce di uno spettacolo e lo si commenta o vi si specula come si andrebbe a un nuovo ristorante per poi decidere quante stellette mettere su Trip Advisor, e osserviamo invece a livello macroscopico l’azione politico-artistica del Paradiso, ecco, Lenz – senza dirlo ma facendolo – sta di fatto ricomponendo un rito collettivo: Parma (metaforicamente parlando) si raccoglie senza distinzioni di sorta attorno a due pilastri della cultura italiana in un luogo politicamente imbarazzante recuperandovi una cultura comune.

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Il pubblico è più circoscritto? Vero. Ma forse dobbiamo anche cominciare a domandarci se la salute del teatro vada cercata nei numeri. E se il grande afflusso di spettatori sia il risultato di un riavvicinamento culturale o di una strategia promozionale andata a segno (tradotto: di un raggiro dell’intelligenza altrui—la pubblicità induce bisogni, non soddisfa desiderî).

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Lenz Fondazione Paradiso.Un Pezzo Sacro. Foto di scena ©Francesco Pititto

Sicuramente non bisogna neanche rifugiarsi in un minoritarismo settario. Chiaro. Tertium daturdeve esserlo, altrimenti non ne usciamo. Quanto al «come», si aprono infinite possibilità. Non vi si deve rinunciare però. Non si può negare al pubblico (sia esso gli elettori, i consumatori, gli utenti, i fruitori, gli spettatori…) la possibilità di capire a cosa stia andando incontro e di scegliere consapevolmente. 

Come dire: è fondamentale che le direzioni artistiche, in tempi come i nostri di neoliberismo sfrenato, consegnino agli spettatori cornici e chiavi, fidandosi della loro capacità di discernimento. Senza formare, senza millantare, senza esaltare. Perché quando si fa questo il pubblico poi c’è, e comprende, e torna, e cambiare magari qualcosa cambia.

Ascolto consigliato

Letture consigliate

VIE festival
• Bambini attori e attori bambini, di Elena Scolari (PAC)
Il «Platonov» di Cechov è un quadro spiegato dall’audioguida, di Enrico Fiore (Controscene)
Dal festival Vie alla politica culturale per Ert: intervista a Claudio Longhi, di Renzo Fracabandera (PAC)

Paradiso
• Sottotraccia nel “Paradiso” di Lenz, di Matteo Brighenti (PAC)
• Dio è femmina e contiene gli opposti: il Paradiso di Lenz, di Tania Bedogni (PAC)
PARADISO, di Franco Acquaviva (Sipario)
“Paradiso: un pezzo sacro”… per incontrare l’uomo d’oggi, del Prof. Carlo Betta (Istituto Tecnico Economico “M.Melloni”)

 In apertura: David Alfaro Siqueiros Nuestra Imagen Actual (1947), dettaglio. ©Museo de Arte Moderno, INBA, Città del Messico