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Critica sulla ragion d’essere del Primavera Sound

Perché dobbiamo sempre dire la nostra sui festival

Non è passato neppure mezzo minuto: da quando i canali del
Primavera Sound hanno annunciato la (pazzesca, va detto) line-up del festival, sui social e nei siti specializzati si è, letteralmente, scatenato l’inferno. Grosso modo per orientarsi in questo assoluto guazzabuglio di opinioni, schieramenti e partiti contrapposti occorre la calma e la pazienza di un Buffon, non tanto il portierone della Juventus e della Nazionale italiana quanto Georges-Louis Leclerc de Buffon, il noto naturalista del Seicento. E come se ci trovassimo di fronte a delle specie piuttosto tropicali di piante ancora non scoperte: bisogna dividere in fenotipi o meglio in gruppi le diverse tipologie di utenti. Sostanzialmente sono tre le “grandi famiglie”: la prima è quella dei Pavloviani, la seconda quella dei BioHaters e la terza quella dei Soloni. Andiamo ad analizzarli con calma.

Pavloviani
Questi utenti appena hanno letto la line-up del Primavera sono sobbalzati sulle loro eleganti sedie ergonomiche. Arcade Fire, Bon Iver, Frank Ocean, The XX, Aphex Twin, Mac DeMarco, The Magnetic Fields e Solange rappresentano un vero e proprio Olimpo (o Walhalla come si preferisce) di un certo tipo di musica che, tra l’altro, sta andando sempre meglio nel mercato internazionale ed anche italiano. I nomi di queste band e di questi artisti (senza dimenticare i redivi Slayer, inseriti ad hoc per strizzare l’occhio – e anche qualcos’altro – al pubblico più largo possibile dei metallari) provocano nei Pavloviani un’immediata iper-salivazione delle fauci, con conseguenziali “schiume-alla-bocca” da far invidia al famoso cane protagonista dell’esperimento dello scienziato russo. I Pavloviani non impiegano neppure mezzo secondo a riflettere sulla qualità reale degli ultimi album di questi nomi: a loro non interessa notare che, alcuni di essi, «non caccino fuori un disco buona da almeno un quinquennio». Quello che importa è postare la locandina dell’evento sulle proprie timeline e apporvi un commento del tipo «Posso richiedere la cittadinanza spagnola?!» oppure «Sono pronto ad imbarcarmi su un cargo battente bandiera liberiana per poterci essere quest’anno». Loro, così come l’Apollo del mito, sono irretiti ed affascinati dall’eco: lo inseguono, lo bramano, lo desiderano. Anche se non conoscono o non comprendono bene “cosa dica” l’importante è inseguire il flow.

BioHaters
Questo fenotipo umano, particolarmente pervicace e resistente soprattutto sull’internet, ha una risposta pronta per ogni tipo di quesito, posizione politica o richiesta di dove andare a cena: la risposta, sulla falsariga di Bartleby lo Scrivano di Melville, è sempre la stessa «Preferisco di no». Infatti questi utenti di fronte ai roboanti nomi della line-up del Primavera rispondono, un po’ schifati, con un sorrisetto sdegnoso ed affermano che quella di quest’anno è «La peggiore selezione di band ed artisti possibile: il Primavera non è mai stato questa gran festival ma brutto come quest’anno mai prima d’ora». I BioHaters non si fanno troppi problemi a bollare ogni tipo di grande-evento o festival dal pubblico leggermente più allargato come un “assurdo evento commerciale”. Il loro mondo è un mondo sempre e comunque rivolto al no, anche se la manifestazione fosse gratuita e vedesse la contemporanea presenza sul palco di Bruce Springsteen con Jimi Hendrix portato a nuova vita per l’occasione. Il vero mistero di questi utenti è conoscere i loro reali gusti o perlomeno capire quale sarebbe una selezione di band “degne” per loro: su questo non si hanno/danno risposte, la cosa che conta è dire, sempre e comunque, di NO.

Sottocategoria, meno numerosa, di questo gruppo sono i Negazionisti ovvero coloro che non menzionano neppure l’annuncio delle band al Primavera. Cioè mentre tutto il mondo dell’internet è compattamente impegnato pro o contro il festival, loro niente, non pubblicano nulla, stanno zitti e magari postano la foto del loro gatto con il commento «Ma non è bellissimo?». Siamo sicuri che queste persone, se fossero nate il 2 giugno 1940, avrebbero scritto sui loro ipotetici profili «Quanto scalda il sole di giugno, adoro il calore dell’estate» mentre già i primi carrarmati italiani si accingevano a dare la “pugnalata alle spalle” alla Francia.

Infine, l’ultimo grande gruppo, è quello dei Soloni.
Questa categoria all’annuncio della line-up del Primavera esulta, gongola, fa festa e baldoria che neppure al Capodanno di Rio del 1968. Eppure invece di gioire per, ad esempio, gli Arcade Fire o Bon Iver, si scappottano dalla contentezza per Jeremy Jay, i The Wave Pictures oppure per i Tuff City Kids. Cioè invece di concentrarsi su, come sarebbe anche giusto che sia, sul grande nome i Soloni vanno in sollucchero per la micro-band misconosciuta che è arrivata ad esibirsi nel peggiore e più sgangherato palco del Primavera (per di più all’ora più allucinante) soltanto perché la bassista è uscita una volta con un amico d’infanzia di uno degli organizzatori. Queste ragazze e ragazze, estendendo un po’ il concetto, adora i particolari microscopici rispetto alle grandi opere e, ne siamo certi, di fronte all’affresco della Cappella Sistina focalizzano l’attenzione sulla “straordinaria bellezza” delle sedie dei guardiani piuttosto che ai Profeti e alle Profetesse dell’Antico Testamento dipinte da Michelangelo.

Sia come sia, sia i Pavloviani, così come i BioHaters ed anche i Soloni (dicasi ugualmente per i Negazionisti) sono, letteralmente, lo specchio dei tempi presenti. Tempi presenti che, lungi dall’essere “il periodo d’oro delle post-verità” (che sono sempre esistite ma sono diventate soltanto più virali rispetto alla tecnologia), saranno ricordati per essere “l’età della posizione”: ovvero di quell’ansia di dover sempre e comunque prendere posizione, pro o contro, qualsiasi cosa, malgrado di quel determinato argomento si rischi di conoscere, come disse il poeta, “una beneamata mazza”. Ribaltando il concetto degli Ignavi del Terzo Canto dell’Inferno dantesco, oggi la nostra società è preda della necessità di esprimersi su tutto e su tutto. Non che di per sé sia male esprimere la propria opinione ma, come, a loro tempo dicevano i manuali di retorica degli Antichi, per prendere posizione, almeno che non si conosca da tempo l’argomento, è sempre bene, almeno un minimo, informarsi, ragionare e riflettere. Invece no: in questo costante fiume che va e tutto travolge (peggio che il Fereggiano di Genova), noi siamo sempre e costantemente engagé.

Detto questo non so voi, ma noi di Paper Street ci siamo già fatti l’abbonamento “all-inclusive” al Primavera: magari dal 31 maggio al prossimo 4 giugno non ci faremo neppure vedere a Barcellona. Perché in fondo conta di più parlare che essere, anzi esserci: state sicuro però che, anche se vedremo il Parc del Fòrum soltanto col binocolo, riempiremo timeline e timeline con i commenti e le opinioni più disparate.

Sappilo se non c’eri:
The Veils dichiaratamente dark, di Ilenia Lando
Quando sono con te, Ex-Otago, sento dentro di me, di Mattia Nesto
Adam Green ci ha battezzato tutti col suo sudore, di Ilenia Lando